La Galleria Casamadre

mette in mostra

 Mimmo Paladino

Casamadre, Mimmo Paladino, due opere senza titolo

 

 Nella Galleria Casamadre, in quel sito che fu forse l’origine del lavoro  di critico e storico dell’Arte di Eduardo Cicelin, accanto a Lucio Amelio, oggi torna  per la seconda volta Mimmo Paladino, dopo la collettiva dell’inaugurazione, con pitture e sculture che rivelano le variazioni del suo stile nel tempo, sia nella pittura che nelle sculture, pur esposte senza datazioni. Anche la Galleria è felicemente cambiata,  più equilibrata ed elegante negli spazi appena modificati.

 Nella prima sala a destra,  acquisita di recente da Artiaco, sono esposti i disegni in bianco e nero, composizioni lineari e sfumate, velature contemporanee. Nel salone centrale prevale la pittura del grande quadro blu, 150x150, senza titolo,  in legno intarsiato e dipinto, nel quale sono raccolte le ‘note’ essenziali della sua cifra stilistica. Il blu, un colore storico rinato con l’oltremare di Klein, variamente interpretato da rilevanti pittori del Novecento. Nella  parete centrale del salone, intervallate alle finestre, vediamo le sculture: un grande bronzo dorato, nel cui volume aggrovigliato emerge una testa,  e due insiemi di pittura e scultura, di grande formato entrambi, tutti probabilmente realizzati nel studio dell’artista a Paduli.

 In una intervista  del 2011, alla vigilia di una sua mostra milanese, Paladino rivelò a Vincenzo Trione di sentirsi “come un compositore, che rimescola e riassembla incessantemente le sue note in architetture di volta in volta diverse. Così posso donare sonorità inattese agli stessi timbri”, concluse. Timbri sempre riconoscibili che l’osservatore partecipante volentieri ritrova e individua.

 Nell’ultima sala, ricavata da Cicelin ultimamente, che persegue l’equilibrio architettonico tra il primo e l’ultimo ambiente, emergono un quadro rosso, altro colore storico rinato con gli artisti della metà del Novecento, in cui sulla stesura piatta privilegiata l’artista segna un suo noto profilo e definisce  lo spazio con due linee bianche (l’opera ricorda nell’immagine inserita l’intensa “bandiera rossa”, una tecnica mista su vetroresina del 2002, in mostra al Museo Pecci di Prato; segue, nella sala, una figura umana  in ferro lineare, decisa, avvolta da tondini di ferro, le linee dei suoi disegni realizzate in ferro, una trasparenza attraverso cui è possibile vedere il rosso del quadro di sfondo. Naturalmente è impossibile raccontare Mimmo Paladino, ma senza prendere in esame la  nascita della Transavanguardia,  quando nel 1977 l’artista intitolò il suo quadro di rottura “Silenzio, mi ritiro a dipingere un quadro” ,  qualcosa  mi piace ricordare delle  ultime tappe più vicine.

A Ravenna, al MAR nel luglio 2005 con “Mimmo Paladino in Scena” l’artista riallestisce l’antica Chiesa sconsacrata di Santa Maria delle Croci in cui le sue opere costituiscono un forte contrasto tra la realtà  preesistente ed il mondo dell’arte contemporanea. Nel 2007 l’artista installa attorno alla famosa  torre campanaria di Modena, la Ghirlandina, un  vivace rivestimento povero ma ricco di colori che è rimasto in sito due anni, il tempo di consentire il restauro della torre; dopo le prime polemiche, certo il contrasto tra il contemporaneo e l’antico del XIII secolo fu rilevante, i modenesi vi si affezionarono.

Nel giugno 2008 presso la grande  vasca del Museo di Villa Pisani a Stra, ancora un connubio ben riuscito tra antico e moderno: attorno alla vasca si ergono le antiche statue di Antonio Bonazza e Paladino vi sistema accanto i suoi  grandi “elmi” di bronzo (uno lo abbiamo nel Maschio Angioino),  i suoi “scudi” di terracotta (di cinque metri di diametro), i suoi “dormienti” galleggianti in vetroresina nella grande vasca del giardino e i suoi “testimoni” in pietra bianca, un’antologica che raccolse un’ottantina di lavori  compiuti dal 1991 in avanti.

 E’ anche del 2008 la collettiva in Donnaregina a Napoli, ancora un contrasto tra l’antica chiesa trecentesca ed il contemporaneo, un rimando culturale cui Paladino non può sottrarsi, cui parteciparono anche Antonio Biasucci (con fotografie su lastre di metallo) e i Fuksas con una grande scultura nell’Abside. Paladino presentò una “Via Crucis” in tavole litografiche in bianco e nero, sospese tra le navate, una grande Croce in ferro distesa trasversalmente ai piedi dell’Altare,  accanto un uomo accasciato in bronzo  riconducente alle sue sculture, “i dormienti”; la voce di Sorvillo accompagnava il percorso. Ricordo, dello stesso 2008, la grande scultura all’aperto  di Lampedusa, un grande  arco squadrato e dipinto, dedicato ai migranti morti in mare.

Nel 2011 la ripetuta realizzazione della “Montagna del Sale”, opera ricca di assonanze all’Arte Povera e alla Land Art (già a Napoli nel 1995), nella piazza del Palazzo Reale a Milano e la successiva antologica, inerente gli anni della Transavanguardia, nello stesso Palazzo Reale.  Vicinissime  nel tempo, del 2013 sono le mostre con Biasucci a Sorrento e la collettiva in Galleria curate da Cicelin di cui hanno fatto parte Bianchi, Biasucci, Clemente, Fabro, Gormley, Kapoor, Kounellis, Le Va, Paladino, Pistoletto.

Vediamo in Galleria come le opere odierne si riferiscano intimamente alle precedenti qui  citate, in una continuità di tempo tra gli anni ‘80 ad oggi, durante i quali Paladino non ha mai smesso di evocare la cultura del passato, di trascurare i suoi riferimenti simbolici,  appunto “come un compositore, che rimescola e riassume incessantemente le sue note”.

 

 Maria Carla Tartarone, dicembre 2013

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