La IX Giornata del Contemporaneo
Al Castel Sant’Elmo
“NA-TO, l’arte del presente, il presente dell’arte”
di Maria Carla Tartarone

Per la nona edizione della “Giornata del Contemporaneo” promossa da Amaci mostre interessanti, adeguate alla ricorrenza, sono state esposte in numerose Istituzioni celebri, Musei e Gallerie

Al “Castel Sant’Elmo” di Napoli, il 3 ottobre è stata inaugurata la mostra, curata da Alessandro Demma, “NA-TO, l’arte del presente, il presente dell’arte”, che ha congiunto due città italiane, Napoli e Torino, in una significante esposizione di quattordici artisti, che con le loro opere hanno occupato gli spazi al primo piano del Castello. L’iniziativa è stata realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, della Regione Campania, della città di Napoli, della Regione Piemonte e della città di Torino. L’organizzazione è stata curata dall’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, IGAV (già noto per le sue numerose iniziative, e la sua partecipazione, nel 2010, all’Esposizione Universale di Shanghai), che ha disposto l’allestimento dei singoli artisti, ciascuno seguito da un curatore che ne ha messo in evidenza i fini della ricerca e i caratteri artistici.

La Mostra ha inteso collegare le espressioni artistiche e le ricerche nell’intento di “ridisegnare una cartografia politico-culturale dell’arte contemporanea in Italia” in un momento in cui il prevalere della video arte e delle manifestazioni artistiche interattive stimola il dibattito sul postmoderno invitando anche i fruitori ad una più attenta partecipazione. Ad approfondite riflessioni sul fare arte invita il giovane artista Diego Cibelli (Na 1987), solitamente operante con video, fotografia, installazioni e performance, stimolando appunto l’interattività e indagando ”la finzione e l’autenticità della vita”, che ha presentato durante l’inaugurazione il Progetto “Papers for Word to Develop Cultural Plans” da discutersi nei giorni successivi sulla piazza d’armi del Castello per giungere, con altri artisti e forse spettatori, a conclusioni condivise.

Le opere degli artisti, con linguaggi diversi tutti interessanti e significativi, in prevalenza fotografia e video, sono esposte in cinque sale di Sant’Elmo. Nella prima sala da Torino giunge Andrea Massaioli (1960) con “Nobili Amanti”: disegni figurativi in acquerelli su carta, esprimono una serie di insistiti rapporti ambigui tra uomo e natura in una composizione di tavole di cm. 20x30, curata da Anita Papa. Sempre da Torino, nella stessa sala, presentato da Anna Adriana Rispoli, Francesco Sena (1966) espone “Tutto cambia ciò che nasce”: l’installazione rivela la sua indagine sui materiali, questa volta la cera intrisa di colore nero, che trasforma ed esalta le foglie di platano, accumulate e distese a mo’ di materassi su bianchi lettini. Un altro duo ancora nella prima sala, gli AfterAll, Silvia Viola Esposito (Na 1975) ed Enzo Esposito (Na 1977), che, nella installazione “Senza Titolo”, indagano sulla problematica realtà contemporanea. Vediamo già in questa prima sala come nella mostra prevalgano la video-arte e l’audioarte, che a partire dagli iniziali interessi dei futuristi con le “marinettiane sintesi radiofoniche”, giunsero a Rauchenberg, all’arte povera di Warhol e a Schifano che affascinato proiettò uno spezzone sfocato di documentario sul Vietnam e creò il filmato “Anna vista in agosto dalle farfalle”, fino a giungere all’approdo alla Biennale del 1984 in cui una cinquantina di artisti si espressero con video-arte e “videotape” e sono tra quelli notissimi che ancora la praticano, tra cui Bill Viola, Marina Abramovic, John Baldessari, Joseph Beuys …

Le manifestazioni di video-arte provocarono la conseguente nascita dell’arte interattiva: è quindi logico che al Castello la maggioranza degli artisti si esprima attraverso i video e la fotografia: mezzi fotografici utilizza il Torinese Paolo Leonardo (1973), che espone in seconda sala, per costruire con i suoi interventi di colore gigantesche stampe su pvc come “Senza Titolo”, individuabile per gli spettatori in “Fiat Dux”. Più noti ai napoletani sono in mostra, nella seconda sala, il duo Perino&Vele, Luca Vele Rotondi (Av 1975) ed Emiliano Perino (NY 1973), con “ Porton Down”, già più volte visti al Madre e alla Galleria Artiaco, presenti al Castello con grandi sculture di cartapesta ottenute dal plasmare carta di diversi quotidiani, di varie tonalità di colore, nelle loro riflessioni sulla contemporaneità. Ancora un duo, Moio&Sivelli, Luigi Moio, (Na 1975) e Luca Sivelli, (Na 1974), presentano una videoinstallazione, ”Untitled 1,Untitled 2”, spiegata dal curatore Marco Enrico Giacomelli che mette in rilievo il loro intento di dissacrare alcune convinzioni della società contemporanea. Anche Botto e Bruno, Gianfranco Botto (To 1963) e Roberta Bruno (To 1966), in terza sala, espongono in un film, con musiche autografe, “L’enfant Sauvage”, i tristi andirivieni “selvatici” di bambini di periferia. Interessante, nella sala, “Senza Titolo” di Domenico Antonio Mancini (Na 1980), qui impegnato “sul significato e sul significante delle cose“ con atteggiamento finemente caustico (le sue creazioni in carta pesta, legno o altri prelievi poveri sono state recentemente viste nella Galleria di Lia Rumma a Napoli). Nella quarta sala espone Maura Banfo (To 1969), con “Tempo sospeso” (cm.240x240): esprime attraverso una serie di nove fotografie (lambda, print e alluminio), come chiarisce la curatrice Giovanna Mancini, accurati dettagli, spesso vere e proprie zumate della vita quotidiana. Ancora nella stessa sala, sulla parete di fondo Nicus Lucà (To 1961) espone una grande tavola a stampa fotografica, “L’Ignoranza” (cm 402x180x6), composta da un mosaico di centinaia di tasselli di 6 centimetri, ciascuno a tentare di definire telegraficamente cosa sia “il male letale globale” quello dell’ignoranza. Infine lo scultore torinese Paolo Grassino (1967), sempre in quarta sala, presenta “SAMSA” una scultura: l’artista compone la sua opera con materiali di recupero vari, tubo corrugato di plastica, ferro e sedia in legno, riflettendo sullo scorrere del tempo, sugli inizi e sulle fini, provando a costruire ed evidenziare una realtà “altra”, spiega la curatrice Stefania Zuliani. Nella stessa sala da Scafati Ciro Vitale (1975), a cura di Lorena Tadorni, con la sua audio-installazione (una tecnica di cui molti esemplari si sono visti e ascoltati in mostre a Roma, in Germania e in Biennale, a Venezia), un solido di paglia (cm 142x112x113), profumato di bosco, dai cui microfoni si possono ascoltare voci testimoni di drammatiche azioni avvenute nell’ultima guerra settanta anni orsono.

Infine nella V Sala è in mostra Rosy Rox (Na 1976) che usa esprimersi in performance e body art a completamento di sculture: con “Mi infrangerò nella tua sentenza”, una installazione, una grande ruota bianca in ferro e cristalli (cm 225x200x40) realizzata nel 2009. Curatrice Alda Gambari.

La mostra qui sintetizzata, sembra voler riproporre l’interrogativo posto da Diego Cibelli: ”Come sviluppare tecnologie dell’appartenenza attraverso pratiche culturali?” Dagli artisti sembra sia stata data già una prima risposta.

 

 Maria Carla Tartarone, ottobre 2013


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