Nella Galleria “Al Blu di Prussia”

Adalberto Mecarelli mostra

“ L’Esprit du Lieu”

 

   

 

Adalberto Macarelli,  “saree”, 120x200x80

 

In Galleria “Al Blu di Prussia” è stata inaugurata una mostra luminosa “L’Esprit du lieu” portata dal direttore artistico  Mario Pellegrino ed  a cura  di Paola De Ciuceis: le opere di Adalberto Mecarelli  un artista giramondo che dall’Umbria natale è passato  a Parigi  dove oggi vive, ma non si è fermato continuando a viaggiare. Per creare le sue tele  di lievissima seta è volato in Oriente: l’India  dove attratto in una rivendita  di sari di seta leggerissima e luccicante, ha preso a sfogliarli, giacevano piegati gli uni sugli altri, ad aprirli, a farvi penetrare, distesi, la luce.  Per Mecarelli, inoltre,  la luce rappresenta la memoria ed è fondamentale in un’opera: da ispiratrice diviene con gli altri elementi, materia, spazio e tempo, creatrice dell’opera. E’ il risultato di una ricerca artistica, che si articola entro gli stilemi dello Spazialismo e del Minimalismo, che Mecarelli ha iniziato nelle Isole Eolie, a Ginostra nel 1987 e non ha mai smesso, annotandone i risultati sui materiali che esamina, in questo caso sari e abiti da cerimonia orientali. La ricerca sulla luce non è un’impresa superficiale: egli ha lavorato negli antichi osservatori di Jaipur Benarea e Ujain  che l’hanno aiutato a cogliere i movimenti della luce solare e a trovare l’istante ottimale per creare l’immagine e individuare “l’esprit du lieu”. L’artista si è sempre concentrato a sottolineare “pure forme e l’anima che è in ogni luogo” principio fondamentale anche per Arturo Martini che possiamo considerare suo maestro.

 Egli ha osservato che i maggiori risultati alla sua ricerca ha potuto ottenerli penetrando l’architettura sacra dei templi indiani, dove la luce, combinandosi con l’ombra con maggiore evidenza, è stata subitaneamente  captata. Ma non sempre è potuto accadere che tutti gli elementi combaciassero ed allora l’artista ha preferito rinunciare all’immagine, dirigendosi verso altri luoghi ed altri oggetti. Le sue opere sono foto-impressioni, impronte fotografiche al nitrato d’argento “considerate come un tentativo di trattenere la luce riutilizzando il processo del visibile e trasformandolo in memoria vivente”(n.d.a.). Ma in mostra troviamo non solo fotografie dei sari o di stralci di seta: nelle teche più grandi il raffinato sari si mostra intero nel suo fresco splendore contaminato dall’ombra creata da un ritaglio sovrapposto, come un chiaro-scuro ideale.

 

 Maria Carla Tartarone maggio 2015

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