Gli ameni e amati luoghi di Napoli 
in “Gli alunni del Sole” di
Giuseppe Marotta

   

 Volendo celebrare i luoghi di Napoli, dopo la perdita di Città della Scienza, mi sento di rivisitare gli scritti di Giuseppe Marotta, uno scrittore trascurato negli ultimi anni e ricordarlo a cinquant’anni dalla sua morte.

Sono passati molti anni da quando Montanelli in una sua “Stanza” intitolata ai sulfurei umori di Giuseppe Marotta sul Corriere della Sera nel 2000, a chi gli scriveva di occuparsi di quello “spettacolare scrittore” che rischiava di essere dimenticato, rispondeva: “Chi vuole che rispolveri Marotta, fra i più allergici a simili sfruttamenti? Questo è un paese che non fa tesoro di nulla, perché di nulla ha il culto, nemmeno di se stesso”. Marotta come giornalista ha scritto molto, ma anche come poeta e come scrittore di romanzi nonché come critico cinematografico. La sua scrittura si giova di una facilità venutagli dal suo mestiere di giornalista ed egli disse una volta “la mia salvezza fu l’elzeviro”, una sorta di breve racconto divagante. Gli si attribuiva un sottile umorismo all’inglese basato sull’ ironico distacco dai suoi personaggi e dalle situazioni.

Il libro che gli dette grande successo fu “L’Oro di Napoli”, assieme al notissimo film, diretto da De Sica nel 1954, il cui titolo allude al filone prezioso che è lo spirito della città e dei suoi abitanti.

Negli elzeviri e nei racconti egli mescolava paesaggi, eventi, caratteri della città, dialoghi in una lingua napoletana che non è dialetto, ma è ricca di frasi fatte, di vocaboli, di interiezioni riconoscibili agli abitanti di questa città che ne sorridono e ne fanno uso. E’ solita in lui “una sintesi di umorismo e malinconia …in uno stile che utilizza l’analogia, il traslato e la metafora nel probabile intento di rendere in italiano la ricchezza semantica e inventiva della lingua napoletana”. (da Treccani.it, “l’Enciclopedia Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani”).

Autorevole critico di Marotta fu Emilio Cecchi, non a caso il maestro dell’elzeviro, che gli riconosceva “leggerezza ed eleganza suprema” nonché lo definiva “scrittore brillante, quasi direi mirabolante” ed aggiungeva “della pratica dialettale la sua prosa non tanto profitta e si arricchisce di vocaboli, quanto di vivacissimi scatti e movimenti sintattici” e ne lodava “il vivificante pulviscolo lirico”. Infine de “Gli alunni del Sole” Cecchi ricordava il breve brano, esempio fra tutti di “perfetta scrittura”, che descrive la nascita di Venere dal Mare.

Il libro, che fra quelli di Marotta preferisco, racconta gli incontri di un gruppo di amici e le loro curiosità e conversazioni sui Miti soddisfatte dal bidello Federico Sòrice che aveva lavorato per trent’anni nel “Liceo Vittorio Emanuele” di Piazza Dante. Gli altri, amici del narratore, sono il barbiere Antonio Pagliarulo strabico, don Catello Debbiase ciabattino, Salvatore Cadamartori, fruttivendolo guappo e becco, don Rosario Nèpeta gobbo, Vincenzino Aurispa scattante fattorino telegrafico.

Scorriamo le pagine in cui incontreremo magici luoghi. Lo sfondo è costituito da alcuni luoghi della città che strettamente interagiscono col racconto, trascriverò alcuni brani per stimolarne il ricordo, la curiosità e l’interesse alla lettura

Il racconto inizia così: “Tutta la mitologia che so la appresi a suo tempo da don Federico Sòrice, nel rione Stella e altrove, sui muretti o sotto gli alberi o presso qualche fontanella del Serino o su qualche grosso carretto che aspettava con le stanghe in aria un’ imprecisabile utilizzazione: era un’ora qualunque di una giornata serena… stemmo una prima volta intorno a lui presso un cancelletto di via Cagnazzi, si vedevano certe botti e certe galline in un orto, una camicia stesa ad asciugare ci salutava sbracciandosi da un manico di scopa messo di traverso sulla ringhiera di un balconcino”

e più avanti a pag 13. “Ci riunimmo al Tondo di Capodimonte, un piccolo eccelso teatro di sedili di pietra sui quali nessuno si siede. E’ anche un palazzetto di foglie: Il vento, estenuato per i mille scalini che ha dovuto salire, non ha più fiato e più ali di un passero;…. Il tempo si affaccia ogni tanto da qualche tronco, o pensiero, o lontano scampanellìo del tram, per domandare: ”E io?”

Poi a pag. 19. “Una bella mattina come un’altra (a Napoli, chi le conta?) ci pigliammo per sedile, quieti quieti, la ringhiera che circonda il monumento a Dante in piazza Dante, e, senza perdere di vista le ventiquattro statue sulla cimasa del medesimo liceo Vittorio Emanuele in cui don Federico Sòrice aveva fatto il bidello trent’anni, riaffrontammo l’insoluta questione del sommo Giove.” Oggi la visione della piazza è interrotta dalle vetrate della Stazione della Metropolitana ingombranti la visione dell’emiciclo che ha perso il nitore della sua linea barocca.

Proseguendo, a pag 31: “Noi trovammo a piazza San Ferdinando una collinetta di selciato divelto e ci sedemmo come Dio comanda; non avremmo avuto tanto spicco e tanta simmetria in un palco dell’attiguo Teatro San Carlo o sul massimo divano dell’opposto Caffè Gambrinus; ognuno si tirò sulle ginocchia la sua striscia di sole come un “plaid” e l’ex bidello don Federico Sòrice cominciò a incantarsi e a sbadigliare (un vezzo) per tenerci in sospeso”…

E a pag 36: “Non troverete che a Napoli una strada bastarda, zoppa, mezza si e mezza no come quella di Santa Lucia...è tutta edifici nuovi dalla parte che nei tempi borbonici lambiva il mare, ed è tutta miserabili case antiche sull’altro lato che da secoli beve le gialle incessanti lacrime di Pizzofalcone… vi indugiavamo di prima sera, con un tavolino di osteriuccia avvitato fra ginocchia e gomiti”. Quanta storia scende dal Monte Echia, aggiungo io!

Ed ecco la nascita di Venere che tanto divertì Emilio Cecchi raccontata dal maestro dei miti Federico Sòrice, a pag 39: “Signori miei, fu spettacoloso. L’onda fatale approda e si sminuzza. Dai merletti e dalle frange di schiuma sorge una figura stupenda, sorge Venere che si sfila il mare di dosso come una camicia…la spiaggia rabbrividisce; l’universo trema; l’Olimpo, con tutti gli dei affacciati per vedere, sembra una balconata di Toledo quando spuntano i carri di Piedigrotta…e lei, donna Venere, sforzandosi di osservare e di non osservare gli effetti che produce, le rimarrà per sempre un occhio storto!”

Più avanti, a pag. 43: “Piazza Carlo III, te le ricordi le nostre figure gualcite che spuntavano dal corso Garibaldi o dall’Arenaccia, da San Giovanniello o da via Foria?...piazza Carlo III te li ricordi i lunghi pomeriggi che trascorremmo sotto la montagna dell’Albergo dei Poveri?” E poi quando arriva il sole e l’estate il gruppo si sposta verso il mare dove il bidello, nonostante le interruzioni ed i commenti, sulle strane abitudini degli dei, continua ad erudire gli amici presi anche dai luoghi.

Così, a pag. 56: ”Da via Cesario Console Napoli piglia la rincorsa e in via Nazario Sauro si getta nel mare. Che diavolo faccia qui la statua di Umberto I sgozzato da un ermetico pastrano col quale tanto le intemperie quanto gli obici del 1880 indubbiamente evitarono l’ineguale scontro, non s’è mai saputo. Per nove decimi dell’anno il cielo sogna e il golfo giace… : Maestà esci come Lazzaro dalla tomba del tuo cappotto e vieni con me e con i miei amici nel sottostante anello di scogli”…

E andando verso l’oriente della città, a pag.68: “La piazza del Mercato a Napoli trabocca di vivi e di morti. C’è il famoso Corradino di Svevia, decapitato il 29 ottobre del 1268: l’ultima luce che i suoi occhi videro, tenera e impassibile, quante volte ha ripetuto l’inganno? Ci sono i roghi del 1346, sui quali bruciarono vivi, tossendo impeccabilmente dietro la mano guantata, il Gran Siniscalco del Regno e il conte di Terlizzi. Ci sono le innumerevoli vittime della forca e del ceppo situati stabilmente qui, da Landolfo e Giacomo della Polla (1348) fino ai liberali del 1799”... “E infine ci siamo noi, gli allegri discepoli dell’ex-bidello Sòrice che ingombravamo il basamento dell’obelisco di sinistra”.

E poi con l’inverno a pag. 80: “Ventiquattro dicembre. Da quante ore ci intiepidiva le ossa, come una coperta di lana, la baraonda natalizia di via Vergini, di via Crocelle, di Porta San Gennaro?” …”Ci sedemmo infine in un caffeuccio di via Cirillo, odoroso di “pasta reale”.

A pag. 107 ritorna la primavera: ”Ti ricordi, Aprile?...Dal vicino Orto Botanico ci raggiungevano anche odori più veloci, l’assiduo respiro dei grandi alberi, l’affanno di una terra solerte e vigorosa: maschi aromi che parevano colpi di sferza alla tenua brezza meridiana e che ci riscossero…”

A pag. 121 è descritta una lunga passeggiata: “Andarsene da Antignano a Montedonzello per la via omonima; oppure, costeggiando la Masseria della Concezione, raggiungere San Giacomo dei Capri: o, meglio ancora, e sempre da Antignano, dirigersi lentissimamente, passando per l’Architiello e per le Case Puntellate, verso i Camaldoli: o anche,… spingersi per la via Nuova Camaldoli prima, e per la strada degli Sgambati poi, fino alla cappella dei Cangiani; spicciamoci, è giugno, è lunedì…” Noi potremmo quasi certamente ricostruire il percorso oggi, più complicato per le nuove strade e il tanto verde perduto, ma non con le medesime soddisfazioni del gruppo di amici, forse.

Infine a pag. 132 è Luglio.“Su, rassettiamoci, voghiamo: ai remi la torva guapparia del fruttivendolo Cadamartori e la strenua giovinezza di Vincenzo Aurispa; il timone è mio. Che volo! Puntiamo sul Capo, radendo sabbia e tufo. Gli incontri, gli amori, gli alterchi dell’azzurro e del verde ci attirano, quasi ne udiamo il tramestio, le voci. Ecco lo Scoglio di Frisio, ed ecco San Pietro a due Frati; ecco Villa d’Abro, Villa Gallotti, Villa Manzi, Villa Rosebery, Marechiaro, il Palazzo degli Spiriti, la Grotta dei Tuoni alla Gaiola; giriamo la punta e qui ci sovrastano i ruderi della Scuola di Virgilio; da Trentaremi ci affacciamo sul Golfo di Pozzuoli, dove fra non molto il sole ci abbandonerà per correre a spegnersi nel Fusaro o in un antro di Cuma, ne sapete niente voi ?”

Qui lo scrittore raggiunge l’apice, la sua capacità di coinvolgerci non ci sorprende, gli stessi luoghi del resto hanno affascinato altri scrittori ed altri visitatori si sono commossi di fronte a queste belle plaghe. Il romanzo termina poco oltre.

 

 Maria Carla Tartarone, maggio 2013

 

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