Francesco Clemente

ritorna da Eduardo Cicelin

 nella sale della CasaMadre

 

 

 

 

 

“Il più moderno è qui anche il più arcaico”

 

Francesco Clemente è tornato alla CasaMadre di Eduardo Cicelin accolto da un folto pubblico di amici, artisti e studiosi. Era tempo che non lo si vedeva in quello spazio dove, con Lucio Amelio, aveva cominciato ad esporre le sue opere. Ed è giunto accolto da sale illuminate e pareti colorate, in rosso ed in rosa, dove i suoi vessilli dai forti colori, ricamati con scritte in oro  in lingue diverse  invadono i grandi spazi. Le opere, com’è uso dell’artista, sono state realizzate con la collaborazione di artigiani indiani nei ricami di aforismi che trasmettono in diverse lingue stralci essenziali del  suo pensiero. In italiano una scritta ricorda: “il più moderno qui è anche il più arcaico”. Quanti secoli di cultura sintetizza questo aforisma?  

Alla CasaMadre sono in mostra anche 12 piccoli acquerelli, “le ore estive” ed un altro a parte, “tribal self-portrait”.  L’artista ha recentemente  pubblicato un altro libro per immagini “Made in India” edito da Charta Art Books, a cura di Pamela Kort, dove racconta il suo operare.

Francesco Clemente (1951) comincia a disegnare nel 1971.  Nel 1973 cominciano i suoi viaggi attorno al mondo. In quegli anni girovaghi, contribuiscono alla sua formazione la religione indù  e le letture compiute alla ricerca del pensiero orientale, nella sua permanenza a Madras, dove tra l’altro legge “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson. A Madras incontra Alighiero Boetti, che lì ideò e fece eseguire le sue grandi carte geografiche, i continenti in stoffe colorate e ricamate dalle donne del luogo poi portati anche al  Museo Madre.   Proprio  con  Boetti parte verso nuovi luoghi, verso  l’Afganistan. Le sue fotografie con scritte, i suoi disegni, i suoi inchiostri su carta “Untitled”, tutti i suoi lavori di quel periodo, riportano i segni dell’oriente; ma si ispira in quegli anni anche a  Pino Pascali che ricorda in una foto di una performance intitolata “Pino”, al tempo della “Narrative Art”, quando esprimeva  i suoi concetti con foto seriali, senza cornici, con brevi aforismi a completare.

 Degli anni dal 1974 al 1979 si ricordano “Ancore”, “Inquadrature”, “Il viaggiatore napoletano”, “Emblemi” ed “Undae Clemente Flumina Pulsae”, che comprendono, per così dire, una prima grande tappa del suo lavoro con continui ritorni alla Galleria di Lucio Amelio dove  fu ulteriormente stimolato dalla prima mostra italiana di Joseph Beuys nel 1979 che usava dire attraendo i più giovani, in quel tempo di inquietudine: “La rivoluzione siamo noi”

Più tardi, per il riordino di un secondo gruppo  di  lavori, spiega: “Il lavoro aveva due registri: prima lo scorrere del disegnare, un flusso interminabile di immagini che nascevano l’una dall’altra, poi un arginare: fotografare i disegni, incorniciarli, ingrandirli, risistemarne l’ordine”.

 In India, dove torna più volte,  dipinge tempere su carta fatta a mano e su stoffa: teli di piccole dimensioni che poi unisce, come in “Earth” del 1980, opera composta di dodici fogli di carta fatta a mano su  stoffa ( “Naufragio con spettatore” mostra al  Museo Madre nel 2009).

Nei primi  anni  Ottanta, a New York realizza anche opere dipinte con la tecnica dell’affresco tra cui “Hunger” (oggi al Philadelphia Museum) e poi “Water end Wine”  con cui partecipa nel 1981 alla trentanovesima Biennale di Venezia, chiamato da Bonito Oliva  col folto noto gruppo della “Transavanguardia”, un movimento che stravolse i vecchi schemi negli anni Ottanta aprendo le porte al postmoderno con la mostra  storica “Terrae Motus”, oltre che in numerose altre mostre.  Oggi le loro opere si possono vedere nella Reggia di Caserta ed in varie mostre che percorrono il mondo.

Nel 2005 torna a Napoli portando “Ave ovo” e realizza la decorazione con affreschi delle sale che uniscono due piani del Museo Madre  lasciando a firma il suo autoritratto.

Nel 2009 è  di nuovo a Napoli per la Fondazione Donna Regina-Museo Madre con la sua grande mostra “Naufragio con spettatore”, portando con sé molte opere storiche tra cui “Vedute sotterranee” , “Conchiglie” compiute tra il 1987 ed il 1998  e “Chiavi” che spiega la motivazione del titolo della mostra, infatti Clemente scrive: ” La nozione di naufragio è da sempre legata a un modo di vedere il mondo come discontinuità dell’identità, della percezione, della fattura stessa delle cose. Espandere la percezione di questa discontinuità è una chiave di comprensione”. E qui conclude parlando di  “Tesoro sommerso”, inno alla storia e ai luoghi dell’Egitto anche questi a lui ben noti. Negli anni di New York  era diventato amico di Salman Rushdi con cui aveva preso a dipingere su cera punica pervasa d’azzurro come nel grande “Sky” (cm. 248x 250, del 2000) e più classicamente tempere e grandi  oli su tela.

 Del 2011 è in mostra con i “Tarocchi”, a Firenze, agli Uffizi,  nel Gabinetto delle Stampe, in cui riprende e accentua il filone dei ritratti ed autoritratti, dei primi anni Ottanta, qui sviluppati secondo un sentire espressionista, dai colori accesi, nelle deformazioni più accentuate: in uno  dei tarocchi si rappresenta come “il matto” e nella attigua Sala del Camino espone anche dodici autoritratti in veste di “apostolo”.

Un ritorno agli autoritratti in bianco e nero degli inizi, inizi cui oggi allude forse nel grande stendardo in evidenza  nell’ultima sala della CasaMadre: “il più moderno qui è anche il più arcaico”.

 

 Maria Carla Tartarone, luglio 2014

 

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