Al PAN nello Spazio Giovani
Simona Castaldo e Simone Bubbico
espongono 
“Una vaga sensazione di assenza”
 

 

A quanto mi consta, non v’è adolescente che non prediliga, fra le sue letture, i racconti di Edgar Allan Poe: li leggevamo, tanti miei amici e io, ai tempi del liceo; li leggevano mio figlio e i suoi amici, ai tempi del loro liceo; e la riflessione a distanza di tempo porta alla conclusione che, in fondo, il periodo delle scuole superiori è quello in cui l’incalzante invadenza della realtà fa avvertire, con intensità parimenti progressiva, il bisogno di rifugiarsi nel fantastico, in quell’universo cioè, del quale Romolo Runcini autorevolmente afferma che «mentre esce intenzionalmente dalla prospettiva storica eludendo i richiami a particolari congiunture d’epoca…, riesce tuttavia a trasformare queste in campi di sensazioni e visioni personalmente vissute a ridosso di una realtà intellettuale, non codificata» e che «fa fare al lettore “un passo indietro” liberandolo, al momento, dai vincoli normativi della fretta e dell’efficientismo»[1].

La circostanza che Poe, morto appena quarantenne (era nato nel 1809), non abbia vissuto la stagione d’oro della letteratura americana – quella di Hawtorne e di Melville –, ha impedito che nel panorama letterario d’oltreoceano gli fosse riservato un posto di riguardo, che viceversa il Continente antico gli ha offerto su un piatto d’argento, grazie alla traduzione che dei suoi racconti eseguì Charles Baudelaire; e ciò ch’è più singolare è il fatto che, malgrado egli sia morto alcolizzato, la lucidità che traspare dai suoi scritti è veramente impressionante, così come estremamente lucido è l’autoritratto in versi ch’egli ci ha lasciato e che fu pubblicato postumo nel 1875:

Amai sempre da solo. Allora, all’alba

della mia vita tutta tempes

fu evocato, dal fondo d’ogni bene

e d’ogni male, il mistero che ancora

avvolge tutt’intorno il mio destino[2].

Cinque anni prima della scomparsa di Poe, nasce a Caserta Federigo Verdinois[3], il quale studia a Firenze, intenzionato a intraprendere la carriera diplomatica, ma poi ripiega sull’accesso nell’amministrazione delle finanze, della quale già il padre è dipendente. Ben presto egli rivolge l’attenzione anche all’attività giornalistica, divenendo critico teatrale e cronista, e poi direttore del Giornale di Napoli; in seguito, con lo pseudonimo di Picche, collabora al Fanfulla, e successivamente al Corriere del mattino, come responsabile della pagina culturale, che gli consente di coltivare al meglio i suoi interessi letterari, e nello stesso tempo di favorire il lancio di nuove penne napoletane. Insegna lingua e letteratura inglese, e poi lingua e letteratura russa nell’Istituto Orientale di Napoli, curando, con grande attenzione alla cultura europea, anche la traduzione, non soltanto di autori francesi, inglesi e tedeschi, ma anche di grandi scrittori russi (fra i tanti, Gogol, Tolstoi, Dostoevskij) e perfino del polacco Sienkievicz – del quale volge per la prima volta in italiano il Quo vadis (1899) – e del Pancia-Tantra indiano (1914). Nè abbandonerà mai l’attività giornalistica, estrinsecatasi attraverso la collaborazione alle riviste Vela latina e Varietas, dirette rispettivamente da Ferdinando Russo e da Pasquale De Luca, e al Roma della domenica, per il quale scrive di leggende e fatti storici dimenticati d’argomento napoletano. 
Nella sua attività di critico teatrale Verdinois insorge contro il teatro di Scarpetta, stigmatizzandone la scimmiottatura di testi francesi, ai quali egli riteneva che fosse da preferire una produzione originale, che meglio portasse in scena temi e caratteri squisitamente napoletani. 
La sua produzione di «garbatissimo narratore», secondo la definizione di Emma Giammattei, – tra le cui raccolte vanno menzionate Racconti (1878); Principia e altre novelle (1885); Nuove novelle (1887); Quel che accadde a Nannina (1887); La visione di Picche (1887) – d’ambientazione napoletana piccolo-borghese, è ascrivibile alla letteratura veristica di fine ‘800; accanto a essa meritano d’essere citati i Profili letterari napoletani (1882), nei quali è tratteggiata, fra l’altro, per la prima volta la personalità di Francesco Mastriani, e i Ricordi giornalistici (1920), che rievocano personaggi e ambienti del mondo giornalistico e letterario napoletano, nonché il fascicolo della 1a Piedigrotta Partenope (1921), ch’egli cura insieme col libraio Vincenzo Rondinella. 
Verdinois muore a Napoli nel 1927; a commemorarne la figura nel primo anniversario sarà, con una lettera a Vittorio Pica apparsa sul Roma della domenica, Roberto Bracco, ch’era stato suo allievo al Corriere del mattino. 
Federigo Verdinois si proclama digiuno di cognizioni di politica: le diverse, eterogenee coalizioni che s’alterneranno nell’amministrazione di Napoli fino all’avvento del fascismo, e il regime stesso, dunque, non lo interessano gran che, e del resto Giuseppe Alliegro acutamente osserva che «chi non ama il potere non si cimenta nell’agone politico». Più attraenti, semmai, sono per lui i fermenti della cultura cittadina, che lo vedono impegnato in lunghe discussioni con Roberto Bracco, Gabriele D’Annunzio, Mario Giobbe, ai tavoli del glorioso caffè “Gambrinus”, che apre i battenti al largo San Ferdinando di Palazzo, prima che quel medesimo regime, verso il quale egli ha manifestato disinteresse, ne ordini la chiusura, perché l’orchestrina che vi allieta le serate non disturbi i sonni del prefetto, il cui alloggio è al piano superiore. Parimenti una consistente corrispondenza epistolare egli intrattiene con personalità della cultura d’altre regioni d’Italia, fra le quali il giornalista e scrittore chietino Giuseppe Mezzanotte, autore dei romanzi Checchina Vetromile (1884) e Tragedia di Senarica (1887). 
L’accostamento della figura di Verdinois a quella di Edgar Allan Poe è determinato non tanto dall’averne egli tradotto il racconto Il cuore rivelatore (per il periodico Il Piccolo), né tanto dall’essersi interessato ai fenomeni del paranormale, descrivendo fra l’altro una seduta della celebre medium Eusapia Paladino, cui aveva partecipato, quanto perché egli stesso è autore anche d’una raccolta di Racconti inverisimili di Picche, che, pubblicata nel 1886, affonda le proprie radici nel medesimo terreno, della cui linfa si nutre la narrativa dello scrittore americano. 
In realtà ad attestare l’interesse di Verdinois per il fantastico si collocano anche le sue traduzioni de I miracoli ed il moderno spiritualismo di Alfred Russel Wallace (fine ‘800: il volume non reca la data d’edizione), e de Il delitto di lord Arthur Savile, di Oscar Wilde (1908); egli stesso però ha voluto cimentarsi in tale genere narrativo. 
Ne Le due mogli – il primo dei racconti del suo volume –, una mano ad attraversare «la soglia fra reale e irreale», nella quale Runcini ravvisa la connotazione primaria del fantastico, la dà la figura del celebre clinico Antonio Cardarelli, che si rivela soltanto nelle ultime righe e la cui presenza deve avvalorare la veridicità della vicenda di telepatia che vi si narra. La signora bianca è la classica storia napoletana del fantasma che suggerisce i numeri da giocare al lotto, così come di fantasmi trattano Il Re! Il Re! e Il Conte di Montoro, mentre Ida è una variante del wildiano Ritratto di Dorian Gray, in cui a costituire il “doppio” della protagonista è il putto della fontana. Ne L’anello di Pepe la storia è quella d’una sorta d’incantesimo legato alla pietra incastonata in un anello; Il caso del capitano Candiolo e Manoscritto narrano storie, nelle quali attraverso la medianità si realizza la relazione tra vivi e morti; Delitto di sangue infine ne racconta una di visione telepatica. 
Un “Poe napoletano”, dunque, Verdinois, che ha meritato l’attenzione di Benedetto Croce, il quale gli dedica un breve saggio ne La letteratura della nuova Italia, e che meriterebbe una maggiore conoscenza da parte del pubblico d’oggi. 



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