LA VOCE DEL POETA: rubrica di Antonio Spagnuolo

 

RITA PACILIO tra sogno e psiche

 

Eros e Thanatos, in simultanea coincidenza di intenti, si rincorrono e si uniscono nella poesia che accarezza il sogno. L’elemento che lega le due forme archetipiche del desiderio e della morte, del pieno e del vuoto, della volontà e dell’abbandono, è costituito dall’interrogazione del tempo e dei suoi inafferrabili, occulti segnali; ed è appunto nel dialogo con ciò che non potrà più essere, ovvero con ciò che manca per sempre, che si rivela uno dei nuclei salienti della riflessione poetica di Rita Pacilio: la contemplazione di un’orma lasciata, la constatazione di una voragine impossibile da colmare o da dimenticare. E’ nata a Benevento. Sociologa, si occupa di Poesia, di Musica Jazz e di Orientamento e Formazione nell’ambito dello Sviluppo delle Politiche del Lavoro.  Ha pubblicato le raccolte di poesia: Luna, stelle e altri pezzi di cielo (2003); Tu che mi nutri di Amore Immenso (2005); Nessuno sa che l’urlo arriva al mare (2005); Ciliegio Forestiero (2006); Tra sbarre di tulipani (2008); Alle lumache di aprile (2010); Di ala in ala (Pacilio – Moica, 2011). Nell’agosto 2006 presenta al grande pubblico il progetto «Parole e musica» - Jazz in versi: contaminazione di  poesia  e musica. Scrive :Trasuda la costola di ricordi/ si lamenta e danza sull’altare/ riflettori accesi cinque volte/ ed era festa sotto il vetro./ Mi sono procurata i lividi/ di notte mi segnavo con la croce/ tentavo i graffi con la carezza/ facevo la morta sul calvario./ Indossavo il saio e il cilicio/ io ero l’orrore del suo letto/ la strage degli agnelli innocenti/ una guerra sulla pelle divina./ Ma ero un argine di veleno/ addensata di rosso e castità/ poteva bastare una parola/ persino l’aria avrei baciato./Invece piovevo cadaveri/e gli occhi piangevano nudi./ Ora accarezzo lenzuola di casa/
le hanno messe nella mia chiesa./Dove mi affanno in queste cose.”