LA VOCE DEL POETA: rubrica di Antonio Spagnuolo

 

Luigi Manzi e la visione panica

“La tradizione in cui si ascrive Luigi Manzi - scrisse Dario Bellezza - è difficile da individuare; …La tradizione ermetica, quella neorealistica fino al trionfo metalinguistico della neoavanguardia hanno minato la possibilità del poeta italiano di procedere per illuminazioni invece che per ragionamenti e glosse illeggibili; così Manzi è in una via di mezzo: da una parte vorrebbe tener testa alla sua capacità di visione, dall’altra vorrebbe addormentarla in nome di uno sperimentalismo che è proprio della stagione piena di fermenti che va a cavallo degli anni Sessanta e Settanta. Egli può non scegliere per virtù di poeta ricco e sanguigno che le mode non possono guastare; pure non si può negare che, figlio del suo tempo, il poeta abbia subito il fascino non solo della poesia classica, ma anche dell’esistenzialismo ideologico…”. Nato nel 1945. Vive a Roma. Ha esordito in Nuovi Argomenti nel 1969, nell’ambito romano.   Ha pubblicato le raccolte di poesia La luna suburbana (1986), Amaro essenziale (1987), Malusanza (1989), Aloe (1993), Capo d’inverno (1997), Mele rosse (2004), con note introduttive di Dario Bellezza, Dante Maffia, Gio Ferri, Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Gian Piero Bona. Scrive :   Qui persino le notti/ sono come i limoni./ Perfette,/ racchiusa ciascuna in se stessa. Né c’è altra presenza/ oltre il mondo che dorme. E persino agli uomini cinici/ s’inceppa la carne. E persino agli uccelli s’insudicia il giorno.” La poesia si inarca su presenze, nelle quali sono possibili ancora rimescolii di idealità: una probabile esistenza in cui l’uomo non sia costretto a chiudere la sua percezione. Sottile nella sua asciutta creazione, attenta nelle metafore e nei ritmi policromatici.

 

 

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