IL BALLO DI SFESSANIA

 

Così veder quel ballo alla maltese

ma a Napoli da noi detto sfessania,

donne mie, senza spese.

Vi guarirebbe alfin febre o mingrania

di Silvana D'Andrea

Il ballo di Sfessania fu considerato,nel millecinquecento, un mezzo più caratteristico,più primordiale di rappresentazione, di espressione,e di comunicazione del popolo napoletano. Ricordava avvenimenti, concorreva a celebrare riti religiosi, s'introduceva nei cerimoniali funebri, e nelle pratiche degli stregoni. Così chiamato, per l'intensità dei movimenti del corpo, e la crescente  frenesia del ballo,  tali, da sentirsi sfessati (stanchi, spossati). I balli di sfessania, nella consuetudine gergale napoletana, erano anche chiamati  Tubba catubba”, (dal rumore procurato onomatopeico, della tammorra e delle percussioni).Era  un ballo di coppia,che si faceva per strada,e impersonava tipi caricaturali o capitani spacconi. Invece   Lucia Canazza”,   faceva parte delle danze moresche e si ballava principalmente   con la  rotazione ritmica delle anche,  per simulare  l'agitazione della schiava negra “Lucia” che si ribellava alla sua condizione . Entrambi  furono i balli più documentati, di tutta la letteratura barocca napoletana.

Sulla spiaggia di Posillipo, quando non si temeva lo sbarco dei Turchi, coppie amorose di giovanotti e signorine,si riunivano, e spronati dal suono dei tamburrelli, dal ritmo delle nacchere, e dallo scampanio dei bubboli(campanelli),  legati alle caviglie delle donne,   danzavano il ballo di Sfessania, non  risparmiandosi gomitate e  spintoni.  Il ballo di Sfessania fu citato, sia nel poemetto di Del Tufo, e nell'edizione crociana del “Pentamerone” di G. Basile . Questa danza fu poi, immortalata, da un pittore di Nancy, Jacques Callot (1592-1635), che con  ventiquattro incisioni ad acquaforte, consentì la lettura storica dei personaggi della commedia dell'arte,  dove venivano rappresentati artisti di strada, che confluivano da diverse tradizioni, buffoni di corte,i grotteschi, maschere comiche, in atto di cantare,  danzare,e recitare. Liuti e percussioni, eseguivano le parti strumentali, in particolare il “colascione”, strumento musicale a plettro,  molto diffuso a Napoli, e considerato “O re de li strumiente”.

In occasione di feste popolari che si organizzavano nelle piazze di Napoli e soprattutto nella piazza del Castello “' lario d'o Castiello” (piazza Municipio), gli schiavi saraceni, servitori dei nobili, rappresentavano delle danze con maschere, di personaggi citati da Callot, della commedia dell'arte. e ballavano la danza “moresca, che era un genere artistico con cui si tendeva a mimare una battaglia contro i turchi, accompagnata da musica cantata ,con sequenze narrative e drammaturgiche. Le corti reali, invece, amavano danzare all'aperto,nei giardini reali, nei cortili dei palazzi nobiliari, e si divertivano a dare spettacolo, ad ostentare la loro ricchezza,la loro  potenza e identità. Il loro ballo si chiamava “fandago”detto anche “giga o cecchone” e fu importato dal re Alfonso d'Aragona ,dalla colonia spagnola, di stanza a  Napoli. Si ballava in coppia, con l'accompagnamento   del tamburrello e delle nacchere. Una danza piena di vita che  ebbe grande successo e si diffuse in tutta Europa ed in particolare a Napoli, dove al tempo degli Aragonesi, vivevano molti spagnoli, ma anche  il popolo lo accolse con entusiasmo, abbandonando  il ballo di Sfessania.Per il ritmo indiavolato, il popolo lo chiamò “NTARANTERA.

 Solo verso il 600,con la nascita di una vera e propria letteratura sul tarantismo, le informazioni. diventarono più precise . La tarantella era praticata a Napoli per  curare gli stati di possessione, causati dal morso vero o presunto della tarantola(ragno velenoso) . Una vera terapia medica. per combattere il dolore provocato dal morso del ragno:il ballo  convulso, accelerava il battito cardiaco, e stimolando abbondante sudore e il rilascio di endorfine, favoriva l'eliminazione del veleno. La credenza popolare, protratta nei secoli, che la tarantola esistesse solo in Puglia,fu smentita,anche in Spagna vivevano i ragni velenosi e due casi segnalati dichiararono che i protagonisti guarirono dal morso del ragno con la sola musica.La musica e il ballo dovevano prolungarsi per ventiquattro ore, e nel frattempo anche la tarantola, responsabile del quadro critico del tarantato, messa in un bicchiere di cristallo, ballava per ventiquattro ore fino alla morte. Ed è proprio in quel preciso istante, che il malato si considerava  guarito.

Le “Ntarantere  erano di cinque varietà: “ cinque tempi, panno verde, panno rosso, moresca, spallata.. L'importanza del simbolismo coreutico musicale conferiva ai suonatori il carattere di esorcisti,medici e artisti. Dal loro intervento, e dalla loro abilità, dipendeva  il successo della esplorazione musicale, e della cura efficace, dopo aver trovato la cura giusta. Gli strumenti ,venivano scelti, caso per  caso, in rapporto alla diversità del veleno. 

Solo nel '700,quando fu abbandonato il tarantismo , il nuovo ballo assunse l'aspetto di una danza profana tra le più attraenti e sensuali di corteggiamento e venne chiamata “ Tarantella”.  Tutt'ora il popolo italiano nel mondo  viene identificato,attraverso il ballo della Tarantella”,o con la canzone ‘O sole mio,  motivo fischiettato e conosciuto ovunque. E' evidente che sono entrambi la rappresentazione di una  ricchezza culturale del Sud, che è anche patrimonio dell'Italia intera, che è stata esportata in tutto il mondo. Anche se l'Italia spesso se ne dimentica...

 

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