Luciano Galassi e le Zandraglie

recensione di Giovanni Salvietti

Così come «’O mellone chino ’e fuoco», anche quest’ultimo libro di Luciano Galassi  - «Le zandraglie» -  ha per me un “effetto collaterale” singolare: fa riemergere ricordi e sensazioni, vecchi e nuovi, legati al dialetto napoletano.

      Il dialetto. Da bambino a casa, se mi scappava qualche parola in napoletano, immediatamente arrivava un “parla bene!”; dunque il vernacolo era il “parlar male”, da evitare assolutamente. Per i grandi qualche licenza era tollerata…. E le risate! quando ci capitava di sentire parole curiose: ‘a crisòmmola, ‘o purtuallo, ‘a cuscenèra, ‘a perimma, ‘a culata, ‘a chianca, ‘a zagarellara, ‘o bazzariota, ‘a bizzoca.

      Il primo serio approccio al dialetto lo ebbi per motivi “professionali”.  Incominciai a lavorare presto in una impresa di costruzioni e sorse per me la necessità di capire i termini tecnici tradizionali in uso nell’edilizia nel Napoletano. Non ricordo più chi, mi segnalò un manuale di architettura ottocentesco, con un ricco lessico sull’argomento in appendice. In buona parte risolsi il problema. I miei rapportini e le mie note di cantiere divennero delle “gemme” linguistiche… italo-partenopee.

      Le zandraglie. L’osteria della Pignasecca è certo uno degli ultimissimi posti dove poter mangiare la zuppa di carne cotta. Si dà il caso che il proprietario è il suocero del mio consulente idraulico-meccanico-elettricista-asfaltista-muratore-antennista-ecc. ecc. Il genero dell’oste - il mio consulente - è un operaio “libero professionista”, bravissimo in moltissime operazioni impossibili. Spessissimo l’ho chiamato telefonicamente da lontano ( la Sardegna , Camerota, l’Abruzzo) per avere dritte su dilemmi idraulici, satellitari, ecc. Per sfotterlo lo chiamo “lo stagnaro nero”, parafrasando “il Corsaro Nero”…

      Passando all’etimologia di zandraglia, con tutto il rispetto per gli autori citati, mi paiono poco credibili la famiglia nobile, il cuoco francese, le cucine reali, la raccolta di resti umani sotto i patiboli (mamma mia!) ecc. ecc. La vedo più come una scena da accampamento militare, da foro boario, con un esercito francese accampato (Lautrec?), una macellazione di più capi di bestiame per la truppa, una turba di morte di fame urlanti, pronte a tutto per conquistarsi un pezzo di fegato o di polmone. Mah! Le opinioni!

      In proposito ricordo due fatti relativi alle visite ed ai soggiorni che, con un caro collega, feci per lavoro a Pertosa.

      Ora, l’etimologia di Pertosa, Pertusillo et similia è universalmente accettata come riferita a “pertuso”, buco nella montagna, grotta. In alta Italia “pertugio” indica un buco ma anche un passaggio tra due valli, due versanti. Ebbene, sentii, in una specie di conferenza, uno “studioso locale” che si era inventata una origine “per la tosa”, cioè un posto dove i pastori lavavano le pecore nel fiume Tanagro, prima della tosatura… Chi conosce il Tanagro nei pressi della Grotta sa benissimo che un bagno di pecore colà significherebbe una strage certa. Bisognerebbe correre a Paestum per recuperare i cadaveri… Totò avrebbe detto:” Ma mi faccia il piacere…”.

      Invece per les entrailles, ci capitò di vedere la vecchia signora – Zia Assunta – padrona della trattoria-locanda dove mangiavamo, buttar via le interiora dei capretti sacrificati per i pranzi del sabato e della domenica. Chiedemmo di porre fine a tale sacrilegio, senza gridare e senza diventare zandragli, e la Zia Assunta il lunedì incominciò a prepararci gigantesche padellate di fegatini. Talvolta, quando voleva sdebitarsi di piccoli nostri interventi di manutenzione elettrica, addirittura ci preparava i laboriosi stentinielli, cioè fegatini avvolti nel budello del capretto, cotti sulla brace. Solo per questo sarebbe giusto impostare una causa canonica per la beatificazione di Zia Assunta: santa subito!

      E’ interessante “Le zandraglie”? Certo, per un curioso di cose napoletane - come me - lo è. Ma credo lo sia per tutto il popolo di lettori esistente in città, attento a questo tipo di pubblicazioni. Poi l’argomento è francamente divertente, spiritoso. Diventa anche “politically correct” se appunto il ragionamento si sposta sul “martirologio”, sulle angherie riservate nei secoli alle donne da padri, fratelli e mariti “padroni”, testimoniate dagli improperi.

      Per allargare l’utenza e per aiutare i non napoletani, i termini nel libro sono poi esaminati in italiano. Va notato che i grandi del teatro dialettale  - Eduardo, Govi, Baseggio, Musco -  recitavano le battute in vernacolo e subito seguiva una traduzione, però mascherata da ripetizione confermativa per non appesantire il testo. Una grande, grandissima abilità di attori per dilatare la platea di ascoltatori.

      Io sono rimasto deliziato dalla leggerezza (stavo per dire “ariosità”)  con la quale nel libro si parla di assolvimento di bisogni corporali e di emissione di aria dalle parti basse. Certo, Vico diceva che la cosa peggiore dell’essere umano è “il transito del cibo”, con tutti gli annessi e connessi. Ma c’è modo e modo di parlarne, attenti a non scivolare nella volgarità (fuor di dubbio, la materia è … “scivolosa”).

      Ma può farsi anche una riflessione un po’ più seria sulle abitudini alimentari nel nostro popolo, sui fagioli e legumi largamente consumati e largamente responsabili di monumentali flatulenze, sulle fluviali minzioni post assunzione di cipolle, verdure e cetrioli. E sicuramente queste antiestetiche e imbarazzanti “conseguenze” avranno ispirato i creatori del lessico che ci interessa.

      Il testo mi sembra curato, “sofferto”, meditato, pieno di citazioni e riferimenti ai “classici”; non vorrei dire scientifico, perché i libri scientifici non si possono assolutamente leggere. Ecco, proprio per dire qualche cosa contro, ho notato qualche “pignoleria” spinta. Qualche illustrazione è un po’ tristanzuola, in un bianco e nero virante al buio pesto.

      Ma, insomma, si tratta di “sudate carte” alla Leopardi. E poi le critiche nascondono un … pochino di invidia…, talvolta.

      Opportuno mi sembra l’inserimento nel libro della scena dalla Gatta Cenerentola: uno spettacolo che da solo potrebbe fare la gloria di un autore teatrale. Indimenticabili i protagonisti Peppe e Concetta Barra al “San Ferdinando”.

      La veste tipografica del volume è sobria, dignitosa; l’impaginazione curata; rarissimi i refusi; il prezzo contenuto.

      Insomma, niente a che vedere con quella editoria di libracci sulla più stantia, vieta e stucchevole “napoletanità” che ha mandato in coma - speriamo non irreversibile -  la nostra poesia, le nostre canzoni ed il nostro teatro.

      In ultimo rivolgo a Luciano Galassi il mio “in bocca al lupo” per le sue fatiche letterarie.

 

Napoli, 8 febbraio 2012

 

  

 

 

Condividi