Fatti e personaggi della grande Napoli

Salvatore Tolino e “Gli amici della Domenica”

 

di Rosario Ruggiero

Se tra i parametri che possono dare misura della bontà di una iniziativa vanno annoverati durata negli anni, felicità degli esiti conseguiti e proliferazione di realtà simili, allora l’usanza delle riunioni domestiche con intenti culturali, i cosiddetti salotti, specialmente a Napoli, è sicuramente ottima, giacché secolare, ampiamente riprodotta e di ragguardevolissimi risultati. Già nell’ambito di riunioni domestiche fiorentine nasceva sul finire del XVI secolo il melodramma ed in ambiti salottieri ottocenteschi sbocciò a Napoli la canzone classica napoletana.

Ribollenti fucine culturali, i salotti hanno permesso per anni la conoscenza diretta e l’interazione con figure autorevoli, l’esercizio dell’arte a tutti i livelli, il proficuo confronto, l’arricchimento reciproco e soprattutto momenti gradevoli di sano intrattenimento. Poi sviluppi epocali e l’avvento di radio, televisione, giradischi, oggi anche calcolatori elettronici e modalità di comunicazione sempre più sorprendenti e prodigiose, hanno portato via via ad un sempre maggior isolamento delle persone, almeno nell’ambito delle mura di casa, ma la tradizione dei salotti ha resistito imperterrita ed a Napoli i cenacoli nascono, muoiono o si rinnovano quotidianamente.

Tra i più celebri sicuramente “Gli amici della Domenica” del Salotto Tolino, istituzione voluta da Salvatore Tolino, poeta, narratore, mecenate, appassionato viaggiatore per tutto il mondo. Nato a Napoli il 23 gennaio 1924, fu vicepresidente dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali, membro dell’Accademia Tiberina, socio onorario di vari sodalizi culturali, fondatore e direttore, dal 1971 al 1977, del periodico di arte e cultura “Napoli Nostra”. Fu insignito della medaglia d’oro dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La città di Maiori lo ricorda con una targa prospiciente la costa che porta i versi della sua poesia “Mare e luna”. È stato autore di numerose canzoni. A fianco della sua abitazione adibì un intero appartamento di sua proprietà a Mostra Storica permanente della Poesia, del Teatro e della Canzone di Napoli, ricettacolo di cimeli e rarità intorno a quelle arti e più ampiamente alla cultura cittadina. Infiniti i personaggi che sono passati e si sono esibiti tra le pareti di casa Tolino in circa venticinque anni di attività svolta praticamente ogni domenica, dalle 11 alle 13, da Carlo Croccolo a Nino Taranto, Pupella Maggio, Sergio Bruni, Roberto Murolo, Bruno Venturini, Giuliana Gargiulo, Angela Luce, Annamaria Ackermann, Peppe Barra, Luisa Conte, Max Vajro, Dino Verde, Isa Danieli, Renato de Falco, Aurelio Fierro e tanti altri ancora.

La nascita di questo cenacolo avvenne come prosecuzione di incontri domenicali che si svolgevano tra uno sparuto gruppetto di amici, tra i quali Salvatore Tolino, in casa di Ettore De Mura, poeta e studioso, autore di liriche e canzoni, ma pure dell’antologia “Poeti Napoletani dal Seicento ad oggi” e di una enciclopedia della canzone napoletana. Secondo un racconto ascoltato più volte, personalmente, dalla viva voce dello stesso Tolino, finito, nel 1977, De Mura, gli amici si riunirono al celeberrimo caffè Gambrinus per decidere circa la prosecuzione dei loro incontri. E fu Salvatore Tolino che decise di offrire la sua casa per i successivi appuntamenti che però volle estendere ad un sempre più ampio numero di persone. Da qui il nome di “Gli amici della Domenica” del Salotto Tolino.

Una fatica non trascurabile organizzare ogni settimana un incontro, realizzare artigianalmente i programmi di sala ed ospitare decine e decine di persone offrendo loro anche, in un momento di pausa, una tazza di caffè preparata dalla signora Regina, consorte del mecenate, per mezzo di una pittoresca caffettiera, enorme, che campeggiava sul fornello di cucina, e servito in deliziose tazzine con su simpaticamente dicitura “Salotto Tolino”. Alcune mattinate poi furono anche registrate a spese dell’anfitrione e trasmesse per televisione. Ma queste registrazioni televisive non rendono neanche minimamente giustizia alla qualità peculiare di quegli incontri che era la squisita ospitalità dei padroni di casa e l’atmosfera amicale che aleggiava.

Tutto ciò avvenne fino al 19 febbraio 2001, giorno della scomparsa del fondatore. Quindi il salotto volle sopravvivere al suo artefice e si tenne ancora qualche incontro in quella casa di via Amato di Montecassino, 7, fino alla dipartita della signora Regina per poi trasferirsi, per squisita disponibilità di una frequentatrice del cenacolo, la poetessa Bianca Adele Sole, nella casa di questa, in via Luca Giordano, sulla collina del Vomero, mensilmente, con l’approvazione di Claudio e Federico Tolino, figli di Salvatore. Ma l’impegno organizzativo delle riunioni divenne insostenibile, suo malgrado, per la generosa poetessa ed allora, oltre ad una mattinata ospitata nei locali dell’Associazione Lucana “Giustino Fortunato” ed un applaudito evento realizzato al teatro Bolivar, sono stati Vincenzo Faiella e Sergio Vellino che hanno voluto organizzare due appuntamenti, svolti in forma di spettacolo pubblico, a Capri, carezzando anche il progetto di un museo stabile sull’isola per conservare ed esporre il materiale personale e della Mostra Storica permanente della Poesia, del Teatro e della Canzone di Napoli raccolto da Salvatore Tolino ed istituire lo svolgimento regolare del salotto sull’isola azzurra

Questo a tutt’oggi il capolavoro di un mecenate dall’animo gentile, autore di liriche e canzoni dai toni allegri, umoristici, nostalgici, ironici o malinconici ma sempre garbati, mai duri o esacerbati, un uomo sensibile, al tempo stesso capace e determinato, anche simpaticamente mordace talvolta, che per quanto accarezzato da politici ed istituzioni volle sempre rimanere libero ed assoluto padrone del suo salotto e della sua mostra storica permanente, tra mille spese e sforzi, per dettare un solo comando, che né lui né altri imponessero mai individuale volontà in quel salotto.

Personalmente ricorderò sempre la sua squisita sensibilità quando, nelle mattinate del suo cenacolo in cui non vi erano ospiti particolari o argomenti specifici da trattare, si imbastivano conversazioni e si ascoltavano poesie e pagine musicali eseguite estemporaneamente da poeti, attori e musicisti presenti. Tolino aveva il buon gusto di chiedermi prima, in disparte, la mia disponibilità ad esibirmi, per poi, nel corso dello svolgimento del salotto, invitarmi pubblicamente a farlo, evitandomi così il possibile eventuale disagio di rifiutarmi in pubblico e distinguendosi in tal modo felicemente ai miei occhi da tanta altra gente che sottovaluta ed umilia la disponibilità altrui ricorrendovi con grande leggerezza, senza gratitudine e, soprattutto, abusandone con indifferenza.

Ad ulteriore esemplificazione della figura di Salvatore Tolino, ancora due episodi. Il primo è la mordace risposta che mi fu raccontato egli diede ad uno scugnizzo il quale, vedendolo procedere lentamente per strada con tutti gli acciacchi della sua vecchiezza, per dileggiarlo, irrispettosamente gli chiese, in napoletano: «Brutta cosa, eh, nonno, la vecchiaia?», ed il poeta, arguissimo, e nello stesso idioma: «Ragazzo, hai proprio ragione. Ti auguro di non arrivarci mai».

Il secondo è quando una mattina, arrivato al salotto, lo vidi alle prese con un marpione già di mia conoscenza che tentava di convincerlo sulla possibilità di trasferire la Mostra Storica permanente della Poesia del Teatro e della Canzone di Napoli al Maschio Angioino, rendendola così di ben più ampia visibilità. Salvatore Tolino, ricordo, fu sempre restio a cedere i suoi cimeli ad altri, a qualsiasi livello, dispiaciuto, diceva, di ciò che aveva visto succedere all’originaria collezione di Ettore De Mura dopo la dipartita di quello studioso e disperando già per quanto immaginava sarebbe accaduto alla sua un giorno, quando non avrebbe potuto più personalmente tutelarla. Ciononostante lo vedevo ascoltare pazientemente e con attenzione il suo interlocutore che magnificava le prospettive di un affido, se non addirittura di una donazione. E fu un monologo molto lungo quello che tenne. E fu un ascolto molto partecipe quello che ricevette da Tolino. Non avevo dubbi, il poeta era stato ben convinto, avrebbe sicuramente ceduto e, conoscendo il marpione, la cosa mi dispiaceva non poco, quando, ultimata la sua concione il prolisso imbonitore si sentì candidamente rispondere da Tolino: «Vede, io sono persona ormai anziana, e piena di acciacchi. Spesso di notte non riesco a dormire. E allora sa cosa faccio? Prendo le chiavi, apro le a porta della mia mostra e me la godo in  solitario compiacimento. Se mai la spostassimo al Maschio Angioino, io, nelle mie notti insonni, cosa farei? Potrei mai correre ad aprire quel castello?» E non vi fu replica alcuna che fu possibile fare.

 

 

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