Fatti e personaggi della grande Napoli 

di Rosario Ruggiero

La scala napoletana

È certamente indubbia l’incidenza della civiltà napoletana sul patrimonio musicale dell’umanità, incidenza avvenuta attraverso grandi interpreti come Enrico Caruso, per dirne solo uno, la creazione di forme musicali, come l’opera buffa, prestigiose istituzioni, come il teatro di San Carlo, modalità esecutive, come quella della “posteggia”, scuole artigiane, come la liuteria, generi, come la canzone napoletana, ed insigni autori, nati, educati o operanti nella città del Vesuvio, come Cimarosa, Scarlatti. Piccinni, Paisiello, Jommelli, Pergolesi, il catanese Bellini, il bergamasco Donizetti, l’abruzzese Francesco Paolo Tosti, e Cilea, Martucci, Porpora o Mercadante.

Ma pure, nell’ambito più strettamente teorico e tecnico dell’arte dei suoni, Napoli ha inciso significativamente, con la scala napoletana.

A questo punto, volendo dare una spiegazione estremamente semplice e divulgativa, per scala musicale si può intendere una discreta porzione di suoni che l’autore utilizza per creare una composizione musicale. È un po’ come succede nelle lingue. Il nostro organo fonatorio ha una grandissima varietà di emissioni possibili, ma ogni lingua ne ha adottato solo una porzione, così che se la lingua italiana  adotta certi suoni, non contempla la pronuncia di altri usati da idiomi diversi, perciò non di rado è facile riconoscere un parlante straniero che usa la lingua italiana, anche grammaticalmente in maniera ineccepibile, proprio dalla sua particolare pronuncia di alcuni suoni, al punto da poter anche dire se è di origine tedesca, francese, inglese, spagnola o russa.

Similmente, osservando la tastiera di un pianoforte, noteremo che è formata da sette tasti bianchi e cinque tasti neri che si ripetono periodicamente. Detto sempre, per più facile chiarezza, in maniera estremamente semplice e riduttiva, i tasti bianchi sono quelli delle note do, re, mi, fa, sol, la e si, i tasti neri sono per quelli che si chiamano suoni alterati, ossia i diesis ed i bemolli. La civiltà occidentale nel tempo ha codificato due modi principali di estrapolare una porzione discreta da quei dodici suoni. Un modo detto maggiore ed un altro detto minore. Partendo dalla nota do e selezionando sette suoni nel modo maggiore, si avrà la scala di do maggiore. Partendo dal re e procedendo analogamente si otterrà la scala di re maggiore. Usando i suoni così scelti l’autore compone un brano musicale ed ecco che quel brano viene detto, nel primo caso, in do maggiore, nel secondo in re maggiore, e così via.

Questi due modi, il modo maggiore ed il modo minore, sono quelli adottati da tanta musica di tanti autori della migliore tradizione musicale occidentale. Ma esistono anche altri tipi di scale elaborate specialmente da civiltà a noi molto lontane nei luoghi e nel tempo, come quelle asiatiche o quelle più antiche. Come ogni lingua ha una sua particolare sonorità, così ogni tipo di scala conferisce al pezzo musicale una sua particolare atmosfera, sì che musiche arabe, cinesi o europee sono difficilmente confondibili l’una con l’altra e facilmente individuabili. Tra le tante, ma non tantissime, scale a disposizione di un compositore, secondo il patrimonio teorico maturato nei secoli dall’uomo, una è la scala napoletana, leggera variante della scala minore, dalle suggestioni sonore un po’ arabe. Uno stilema che ha inciso prepotentemente nella produzione musicale dell’umanità, un altro motivo di prestigio culturale che regala ulteriore significatività ad una civiltà che così, ancora una volta, si conferma doverosamente da ammirare.  

 

 

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