Fatti e personaggi della grande Napoli

 

di Rosario Ruggiero

 

E.A.Mario

 

Nella prima metà del secolo scorso, a Napoli, viveva una particolare figura di artista ed intellettuale, E.A.Mario. Musicista e poligrafo prolificissimo, questo artista, al secolo Giovanni Gaeta, fu infatti poeta, editore, saggista, giornalista, novelliere, drammaturgo, nonché autore di un’infinità di canzoni, molte delle quali celeberrime, creando melodie per versi altrui, scrivendo testi poi musicati da altri, o componendo da solo sia le parole che le musiche.

Era nato il 5 maggio 1884, nel popolare quartiere napoletano della Vicaria, in vicolo Tutti i Santi, 66, dagli ormai attempati Michele e Maria della Monica, entrambi di Pellezzano, presso Salerno. A sciorinare con minuziosità episodi biografici dell’artista, la figlia primogenita, Bruna, in un volumetto, ormai raro, dal titolo “E.A.Mario Leggenda e storia” edito da Liguori.

Intrapresi gli studi scolastici tra le ristrettezze economiche familiari, la formazione culturale di Giovanni Gaeta ebbe una svolta quando Michele Capuozzo, giornalaio al corso Garibaldi, sensibile all’attenzione del giovane studente per le pubblicazioni lì in mostra, cominciò a permettergli di sfogliarle gratuitamente. Da allora il futuro poeta poté approfondire le sue conoscenze della lingua italiana e napoletana, nonché imparare, su dispense, i primi rudimenti della musica, esercitandosi su un mandolino trovato per caso, nella bottega da barbiere del padre, forse dimenticato là da un cliente.

Iniziò in questo modo la sua attività di letterato, appassionato di storia patria, scrivendo, tra l’altro, un componimento di novecentonovantanove novenari sulla figura di Giuseppe Mazzini. Così, all’appressarsi del centenario della morte dell’illustre patriota genovese, fu proprio Michele Capuozzo, che era anche il principale fruitore dei suoi primi scritti, a suggerirgli di inviare alcune sue pagine al giornale “Il lavoro” di Genova.

Il futuro E.A.Mario, però, andò oltre, e, racimolati i suoi risparmi, partì alla volta del capoluogo ligure fino alla redazione di quel giornale, al cospetto dell’allora direttore Alessandro Sacheri, a presentargli la sua “Canzone di Mazzini”, per poi andare, il giorno dopo, sotto una pioggia torrenziale, a piedi, solo, ad omaggiare il grande patriota al Cimitero Monumentale di quella città.

 L’incontro con Sacheri fu anche l’inizio di una collaborazione di Gaeta con la testata genovese. Poco dopo, il superamento del concorso indetto dalle Poste e, per il napoletano, l’assunzione a Bergamo, dove ebbe modo anche di collaborare con la rivista letteraria “Il Ventesimo”, diretta da una giornalista di origine polacca che amava firmarsi con lo pseudonimo Mario Clarvy. Infine, il trasferimento agli uffici della sede postale di Napoli.

Fu qui che un giorno Giovanni ebbe la casualità di conoscere il musicista Raffaello Segré, affermato autore di canzoni, che, piccato dalle critiche artistiche rivoltegli dal giovane impiegato, al quale però sarà poi lungamente legato da amicizia, gli commissionò, per sfida, un testo da musicare. Nacque così la prima canzone, “Cara mammà”, che verrà stampata dalla Casa Ricordi, del novello autore il quale, vagheggiando più altisonanti glorie letterarie, volle celarsi dietro un particolare pseudonimo formato dalla E di Ermete, suo secondo  nome, la A di Alessandro Sacheri, ed il nome Mario, dallo pseudonimo della giornalista conosciuta a Bergamo.

Da quel momento i successi di E.A.Mario non ebbero più fine. Canzoni diventate famosissime, raccolte poetiche metricamente accurate, scritti eruditi, “rapsodie teatrali”, atti unici, l’istituzione di una casa editrice, e l’impegno artistico patriottico che seppe spingerlo alla creazione di quella “Leggenda del Piave” che farà scrivere al generale Armando Diaz, su un telegramma indirizzato all’autore: «Mario, la vostra “Leggenda del Piave” al fronte è più di un generale!»

Tutto questo tra traversie storiche ed economiche, le due guerre mondiali, il mancato doveroso riconoscimento dei diritti de “La leggenda del Piave” ritenuto inno ufficiale seppur mai inno nazionale, appropriazioni indebite oltreoceano di paternità e diritti d’autore sulle sue canzoni, l’accusa di anarchia, l’abbandono del lavoro alle Poste, poi il ritorno ivi per ristrettezze, ma pure, medaglie, intitolazioni di strade e scuole, cittadinanze onorarie e tanto altro ancora. Non ultimo questo ricordo, ulteriore tributo ad un’indole indomita ed appassionata esemplare per alacrità e traboccante entusiasmo, efficace artefice di garbata, idilliaca atmosfera amorosa in “Funtana a ll’ombra”, malinconica nostalgia dei luoghi in “Santa Lucia luntana”, dolente lagnanza di pena d’amore in “Canzona appassiuonata” struggente, rassegnata amarezza in “Presentimento”, orgoglioso slancio patriottico ne “La leggenda del Piave”.

 

  

 

 

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