Fatti e personaggi della grande Napoli  

di Rosario Ruggiero  

Don Vesuvio e la Casa dello Scugnizzo

 

Marciapiedi!

Cattedra

di bene e di male

pedana

di forza e di debolezza

riposo

per il piede dolorante del ragazzo di strada

per quello stanco della donna di vita

per quello leggero della signora in bijoux

per quello pesante dell’operaio

per quello lesto dello scippatore

per quello nero del vu’ cumprà

per quello protetto del mafioso

per quello timido del prete.

Marciapiedi!

Hai saggiato di tutto:

sputo, sangue, sterco, sudore, lacrime…

Per conoscere l’uomo,

bisogna diventarti amico.

 

È con questa lirica di Mario Borrelli che si apre il suo omonimo libro autobiografico, narrazione dell’affascinante avventura umana di questo eroico napoletano, venuto al mondo il 22 settembre 1922, quarto dei cinque figli di un’umile famiglia, ad otto anni già apprendista barbiere, fino al desiderio di prendere i voti, abbracciare gli studi ed indossare l’abito talare animato da un temperamento ed uno spirito di iniziativa che non tardarono a farsi notare. Così, comprata una vecchia e malandata autoambulanza inglese, e trasformata in cappella mobile, eccolo nella periferia cittadina a celebrare messa già alle prime ore del mattino per gli operai delle fabbriche. Ed eccolo, durante una vacanza nella zona del Matese, salire regolarmente, in groppa ad un cavallo, a visitare una comunità di carbonai penosamente indigenti.

Infine l’illuminazione che gli caratterizzerà tutta la vita, l’attenzione per quei ragazzi di strada, gli scugnizzi, che, in quel periodo di dolorosa povertà, orrori immorali e sbandamento generale che fu l’ultimo immediato dopoguerra, proliferavano per le vie di Napoli, vagabondando miseramente, dormendo all’addiaccio, sopravvivendo con tristi commerci, in disumana assenza di igiene, emarginati tra la folla, fuori da ogni guida morale. Una causa da abbracciare, la loro, una redenzione da offrire, che giungesse non calata dall’alto con autorità, ma nascesse dall’interno, giungesse per comprensione, intima trasformazione, spontanea adesione.

Ecco allora “don Vesuvio”, come anche verrà chiamato l’eccezionale sacerdote, intraprendere una missione di grande pericolo e sacrificio. Abbandonare di notte la tonaca per indossare i nauseabondi stracci dello scugnizzo, e con gli scugnizzi, in incognito, girovagare per le strade, affrontarne i pericoli, vivendo i comportamenti violenti del gruppo, condividendone le miserie, le tristezze, le fatiche, i rigori climatici, l’impietoso rifiuto del resto del mondo, l’avvilimento umano ed il degrado morale.

Di giorno insegnante di un prestigioso liceo, di notte miserevole accattone, incarnazione dei derelitti per la loro remissione da colpe imposte dalle difficoltà del resto del mondo. Fino all’acquisizione della loro benevolenza, fino al disvelamento della sua reale identità, fino ad accoglierli in una istituzione espressamente creata e dedicata con amore e fatica, la Casa dello Scugnizzo.

Nasce così una realtà esemplare nel mondo. E con gioia il mondo accoglie questo esempio. I contributi giungono dai paesi più lontani, la decima musa dedicherà una pellicola per divulgare la vita del fondatore.

Gli scugnizzi non sono certo un fenomeno epocale, tanto meno locale. Non esistono solo presso il Vesuvio, non sono certo esistiti solo un tempo, purtroppo continuano ad esistere anche oggi, non solo in Europa, ma nelle Americhe, in Asia, in Africa, forse addirittura esisteranno sempre, almeno finché il mondo non saprà risolvere le sue tensioni sociali, i suoi atavici problemi di produzione e distribuzione delle ricchezze. Ma se un giorno il miracolo dovesse pure accadere, non svanirà certo l’esempio di un uomo che dalla sua eccezionale appassionata abnegazione altruistica seppe far scoccare una scintilla d’amore che ha illuminato Napoli e che non cerca che spiriti sensibili in ogni dove per incendiare d’amore il mondo intero perché possa così essere scaldato, fraternamente, il cuore di tante giovani, delicate e soprattutto innocenti creature che l’umanità, con atroce insensibilità, ancora oggi, vergognosamente opprime ed umilia.

 

  

 

 

Condividi