Fatti e personaggi della grande Napoli

di Rosario Ruggiero

 

Francesco De Pinedo

 

Dapprima forse spinto da istanze esclusivamente alimentari, poi sicuramente anche per spontanea inclinazione, l’uomo da millenni è stato motivato ad esplorare.

Esplorazioni geografiche che lo hanno portato a spargersi per l’intero pianeta, curiosare nelle profondità marine, porre il proprio piede sulla luna, gettare lo sguardo in remotissime regioni galattiche; ma pure esplorazioni più strettamente intellettive, che gli hanno permesso di scoprire infinite leggi della natura e dominarle tecnologicamente; esplorazioni metafisiche, che gli hanno suggerito affascinanti edifici filosofici; esplorazioni emozionali, che gli hanno dato l’impulso a creare suggestivi capolavori estetici.

Tra i suoi desideri più lungamente vagheggiati, sicuramente la conquista dell’aria, la meravigliosa capacità di rompere le catene della forza di gravità, librarsi al di sopra delle cose, circondarsi di cielo. Un sogno fantasticamente carezzato sin dall’antichità con storie come quelle di Dedalo ed Icaro, poi più concretamente prospettato con progetti geniali, come quelli di Leonardo da Vinci, infine materialmente realizzato grazie a figure come i fratelli Wright o i fratelli Montgolfier.

Dal primo anelito a liberarsi della gravità ai più moderni e sorprendenti prodotti aeronautici, gran copia di uomini ha rischiato, novelle falene attratte dalla luce della gloria e del progresso, fino a, non di rado, perderci la vita, avverando quelle profetiche parole che pronunciò il 10 agosto 1895, dopo circa duemila voli, poco prima di morire a causa di una raffica di vento che gli aveva scaraventato al suolo l’aliante su cui volava, Otto Lilienthal, uno dei padri del volo librato e veleggiato: «Perché l’uomo possa veramente conquistare l’aria, è necessario che qualcuno si sacrifichi».

Ma chi furono questi uomini che si sacrificarono? Temerari assetati di gloria personale? Amanti del rischio fine a se stesso? Animi spinti da irrefrenabile esigenza di esorcizzare la morte sfidandola? Quel che è certo è che la sicurezza di riuscita di un qualsiasi tentativo contrasta con fretta ed impazienza, ma prestigio, ammirazione altrui e fama esigono il loro tributo. Neanche Napoli ha saputo esimersi dal pagare il suo per la conquista dell’aria e scrivere significative pagine nella storia dell’aviazione; e lo ha potuto fare grazie ad uomini come Francesco De Pinedo.

Nato nella città del Vesuvio il 16 febbraio 1890 da nobile famiglia, De Pinedo fu ufficiale di marina, prese parte alla guerra italo-turca ed al primo conflitto mondiale, nel corso del quale passò all’aeronautica militare. Solo al 1925 risale il volo Sesto Calende-Melbourne, Melbourne-Tokyo, Tokyo-Roma, che compì con l’idrovolante “Gennariello”. Migliaia e migliaia di chilometri percorsi in oltre trecentocinquanta ore di volo effettivo costeggiando ben tre continenti. Narrerà le peripezie di questa sua impresa nel libro “Un volo di 55.000 chilometri”.

Nel 1927, invece, attraverserà l’Atlantico per sorvolare le Americhe e ritornare in patria riattraversando l’oceano.

Medaglia d’oro al valore aeronautico, sarà nominato generale, quindi sottocapo di stato maggiore. Lascerà il servizio attivo nel 1932.

Un anno dopo, la disgrazia.

Nel settembre 1933, in partenza per il volo da primato da New York a Baghdad sul monoplano “Santa Lucia”, Francesco De Pinedo ardeva vivo nel rogo che improvvisamente scaturì dal suo velivolo. L’ammirata falena napoletana abbandonava così, per sempre, le sue ali terrene. Intraprendeva, in quel preciso momento, il suo ultimo volo, il più importante, il più sognato da tutti, quello che gli permetterà di librarsi definitivamente nel più alto dei cieli, alla luce del più luminoso dei soli.   

 

Condividi su Facebook