Fatti e personaggi della grande Napoli 

di Rosario Ruggiero

 

Il conservatorio di musica “San Pietro a Majella”

 

Uno dei maggiori motivi di prestigio della città di Napoli, nel mondo e nella storia dell’umanità, è sicuramente il conservatorio di musica “San Pietro a Majella”, soprattutto inteso come punto di convergenza di ben quattro conservatori precedenti. Sì, perché l’attualmente massima istituzione scolastica musicale cittadina ha origini secolari e plurime, la virtù di nascere per esemplare sensibilità umana e civile ed il vanto di essere stata prima nel mondo. Scrive infatti Francesco Florimo «Nella prima metà del sedicesimo secolo, nel 1535, al 29 di giugno, un povero artigiano per nome Francesco, del quale s’ignora il casato, fondava una cappella nel largo di Santa Maria di Loreto, e propriamente nell’ottina del Mercato, col proposito di raccogliere i fanciulli d’ambi i sessi poveri dispersi per la città di Napoli, e da un religioso di San Francesco faceva loro sentire la parola di Dio».

Nasce così il conservatorio di Santa Maria di Loreto. I piccoli ospiti, forniti di vitto e divise, verranno impegnati nelle questue, in attività di assistenza agli infermi, partecipazione a processioni e funerali, collaborando in questo modo al sostenimento dell’istituto unitamente ai lasciti che arrivavano, al tempo stesso venivano educati per un lavoro, come quello di “candelaro”, “calzettaro de seta”, “orefice”, “barbiero”, “cusitore”, “mastrodascia”, “stampatore de rasi”, o altri ancora.

Sarà nella prima metà del XVII secolo, si ritiene, che a queste possibilità si aggiungerà anche quella di imparare la musica, come compositore, strumentista o cantante.

Similmente avverrà, con diversi esiti, per i successivi conservatori, “Sant’Onofrio a Porta Capuana”, “I Poveri di Gesù Cristo”, e “Pietà dei Turchini”.

Numerosi gli artisti che saranno allievi o insegnanti in quelle istituzioni, Francecso Durante, Niccolò Porpora, Leonardo Leo, Giambattista Pergolesi, Giovanni Paisiello, Niccolò Piccinni, Domenico Cimarosa, Niccolò Jommelli, nomi significativi nella storia della musica di tutti i tempi. Infine, estinguendosi, o inclinando all’estinzione, a causa di ambasce storiche cittadine e rivalità religiose, quei quattro conservatori convergeranno in un’unica istituzione finalmente ospitata nel convento dei Padri Celestini di San Pietro a Majella, monumentale struttura di origini trecentesche, soppressa come cenobio nel 1799 per divenire sede della scuola nel 1826.

Tra i maggiori vanti e i più preziosi tesori di quest’ultima attuale sede, la famosa biblioteca. Nasce sul finire del XVIII secolo per volontà del giurista e letterato Saverio Mattei che, “regio delegato” del conservatorio della Pietà dei Turchini, si prodigò sensibilmente per il riordinamento di quell’istituzione, proponendo, tra l’altro, al re Ferdinando IV di Borbone, la creazione della raccolta libraria, iniziando a donare la propria collezione e coinvolgendo altri nel suo esempio. Nel 1795 il re emanava un decreto che obbligava impresari e compositori a consegnare alla biblioteca una copia di tutte le opere rappresentate nei reali teatri di Napoli.

Così, curata nel tempo da amministratori sensibili ed illuminati, seppure vivendo anche periodi di difficoltà e di minori attenzioni, la biblioteca dell’attuale conservatorio di Napoli resta oggi ricettacolo di rarità e preziosità musicali di immenso valore, in particolar modo è impagabile documentazione dello straordinario patrimonio musicale settecentesco napoletano, in tanta parte ancora da riscoprire e divulgare.

In virtù di questa sua meravigliosa collezione, del prestigio di allievi, insegnanti e direttori avuti, di dipinti e strumenti antichi attualmente conservati e della bellezza monumentale dell’edificio, il conservatorio di musica San Pietro a Majella di Napoli ha ancora oggi la virtù di essere gloria universale della musica, ma forse, con la sua lunga storia, ha il maggior pregio di essere esempio e monito al mondo, alla città e a se stesso giacché le sue altalenanti vicende dimostrano come, sapientemente amministrato, ha donato tesori, malamente gestito ha prodotto anche orrori. All’uopo si pensi già solo alle “Tre verghe di ferro, un paro de manette de ferro per li figlioli, due para de ferri per li detti” che furono rinvenuti nel conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo alla visita di un cardinale nel 1633.

In un ambito come quello dell’arte, che è dono all’umanità e, al di là della pedissequa acquisizione scolastica, si alimenta, si evolve e si espande principalmente nel continuo confronto con il pubblico, questa antica istituzione partenopea ha meravigliosamente saputo regalare straordinaria fioritura d’arte e capolavori assoluti in epoche di grande partecipazione dell’attività degli studenti alla vita pubblica con composizioni eseguite e pratica esecutiva ampiamente esercitata; oggi, che l’esercizio musicale, per trasformazioni e disattenzioni epocali, se non per minore vigore propositore di direttori ed insegnanti, è maggiormente relegato tra le quattro pareti delle aule, tanto fulgore artistico e culturale appare purtroppo penosamente ben più fioco.