Fatti e personaggi della grande Napoli

 

di Rosario Ruggiero

 

Gian Lorenzo Bernini

 

 

Incontestabile nome di spicco nel mondo delle belle arti, Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli, il 7 dicembre 1598, dalla napoletana Angelica Galante e da Pietro, scultore fiorentino di una certa fama. Trasferitosi con la famiglia, ancor bambino, a Roma, affinò qui le proprie qualità artistiche sia lavorando con il genitore che avendo modo di ammirare l’alto magistero di insigni predecessori.  Architetto, pittore e scultore, Gian Lorenzo diede ben presto prova di sé, al tempo stesso dimostrando originalità di concezione.

L’arte è espansione di umanità attraverso un opportuno tecnicismo. Le capacità tecniche fanno il buon artigiano, ma è l’ampiezza culturale, la profondità di pensiero e di sentimento, lo spessore ideologico e tutto quanto forma l’uomo nel senso più alto del termine e lo distingue felicemente dagli altri che dà luogo al genio ed al capolavoro. Studio ammirato dei classici, infaticabile laboriosità, acume e coraggiosa personalità innovativa, allora, per questo “Michelangelo del nostro secolo… un uomo da far impazzire le genti”, come ebbe a definirlo Fulvio Testi, nobiluomo della corte estense.

È la storiografia del maestro napoletano a riportarci alcune sue considerazioni che risultano estremamente importanti per permetterci di coglierne più profondamente l’opera ed il genio. Alla corte di Francia ebbe a raccontare la sua personale esperienza della testa di un soggetto scolpita secondo giuste proporzioni canoniche che però, guardandola, appariva sempre troppo piccola, fino a scoprire che solo modificando un drappeggio sulla spalla risultava poi giustamente proporzionata, a dimostrazione di un senso delle proporzioni, nell’arte, di natura ben più illusoria che autenticamente geometrica Un’altra volta l’artista sostenne invece che tingendo di bianco, come fosse di marmo, il volto di un uomo, esso non apparirebbe verosimigliante, a dimostrazione del fatto che quindi una riproduzione scultorea che non si giova dei colori deve necessariamente ricorrere ad artifici per simulare il più fedelmente possibile un’immagine che ha varietà cromatica. Le parti dell’originale più scure potranno essere rese, nella copia bianca, con una maggiore profondità del segno; le parti chiare, con un maggior rilievo. Proprio perché geometricamente le due figure sono difformi illusoriamente appariranno più simili, l’artificio compensando la mancanza delle diverse tinte.

Da tutto ciò, sia la concezione di una fusione delle arti che la sensibile attenzione al luogo di collocazione dell’opera, al fine della massima resa dell’effetto, ma pure l’efficace uso del drappeggio, non solo semplicemente ornamentale ma emotivamente funzionale ed il sapiente, virtuosistico uso di diverse tecniche di lavorazione della materia per rendere, ad esempio, le differenti epidermidi dei soggetti riprodotti, come nel gruppo scultoreo “Enea, Anchise e Ascanio”, raffigurazione contemporanea di un giovane, un vecchio ed un bambino.

Nascono allora infiniti capolavori, come l’”Estasi di santa Teresa”, nella Cappella Cornaro, dove l’immagine della santa in pieno abbandono estatico alla presenza di un angelo viene inondata da luce dorata proveniente da una finestra, nascosta all’osservatore, che promana magicamente i raggi del sole mentre ai due lati dell’opera si può ammirare la riproduzione di due palchetti che ospitano alcuni componenti della famiglia Cornaro con estrema sapienza cromatica, prospettica e scenografica. L’osservatore diviene così spettatore di uno spettacolo che lo ingloba fisicamente in un’affascinante unione narrativa di pittura, scultura, architettura e teatro.

È evidente che un discorso a parte andrebbe fatto per ogni singola opera di questo genio che, dopo un lungo studio preliminare, amava poi ritrarre i suoi modelli mentre si muovevano liberamente, giustificando lo studio propedeutico come acquisizione accurata di quelle sembianze, quindi il ritratto con il modello in libero movimento per coglierne l’essenza più autentica , vitale e spontanea.

 Un maestro dell’arte che in una alacre vita, lunga ben ottantadue anni, seppe donare copiosamente bellezza al mondo, una bellezza che partendo da Napoli aggiunge alla città quel valore di esempio di altissima civiltà universale che da troppo tempo un’immagine più banalmente folcloristica o miseramente stereotipata si ostina, agendo forse anche maliziosamente sulle menti più ingenue e sprovvedute, a voler far trascurare.               

 

 

Condividi