Fatti e personaggi della grande Napoli

 

di Rosario Ruggiero

 

Napoli e la religione

 

Qualunque espressione di pensiero e di sentimento avviene con una opportuna modalità (rituale, gestuale, grafica, verbale o quanto più) che necessariamente finisce col rivelare la psicologia, la filosofia di vita ed altri aspetti più intimi e precipui di chi si esprime. La forma, insomma, è anch’essa un contenuto. È capitato più volte, nel tempo, che pittori, poeti, ed altri artisti abbiano espresso gli stessi temi. Il fascino dell’espressione artistica è stato allora essenzialmente nella modalità espressiva che ha reso ogni singola opera significativa. Si pensi al tema della fuga dalle ambasce del mondo contingente con quanta diversità ed efficacia sia stato espresso da Giacomo Leopardi ne “L’infinito” e da Raffaele Viviani in “Primitivamente”, e, similmente, al tema dell’amore, della patria ed a tanti altri ancora, si pensi alle innumerevoli madonne, i crocifissi ed altri immagini sacre, o identici paesaggi e personaggi, quanto diversamente raffigurati da artisti differenti e, non di rado, dallo stesso maestro, si pensi, infine, alle varie maniere di interpretare lo stesso testo da differenti attori e musicisti o da ognuno di loro nei vari momenti della propria vita, e tutto quanto finora esposto apparirà, allora, ben chiaro.

Anche i diversi idiomi non sono immuni dall’esprimere carattere, valori, psicologia ed altri aspetti dei loro parlanti, l’italiano, ad esempio, rivelando attento estetismo col limitare accuratamente la vicinanza di troppe consonanti (sì che una parola come “scherzo” possa diventare all’uopo ”ischerzo” in formule come “per ischerzo”), ammettendo l’esistenza di due articoli per il genere maschile, determinativi ed indeterminativi, per il singolare e per il plurale, privilegiando quindi l’emissione vocale, specialmente a fine parola, la lingua risultando così dolce e cantabile all’ascolto, al tempo stesso però tradendo una certa faciloneria, imprecisione, approssimazione logica con le doppie negazioni che continuano a negare (“non sono mai andato”), con la non sempre presente esistenza del genere neutro o con l’inclinazione ad usare “gli” per “loro” con possibilità di equivoci (“ho incontrato Mario in compagnia di Giovanni  e gli ho chiesto”. Chiesto a chi?), con i numerosi pleonasmi, specialmente dei pronomi, (“Mi ricordo una cosa”, “non mi credevo di farcela”)  e possibili ambiguità di significato (“C’era Ugo. Non ci voleva proprio!” È  stata una iattura incontrare Ugo o Ugo non voleva la nostra presenza?).

L’idioma napoletano rivela invece immediatamente una simpatica confidenzialità che si può facilmente verificare confrontando con gli originali le sue numerose traduzioni da altre lingue.

 Ora, giacché anche la religiosità è pensiero e sentimento, potrà mai essere espressa da una civiltà ricca ed originale, simpatica e paradossale, umoristica e confidenziale, passionale e devota come quella napoletana in una maniera che non le sia propria? Giammai! Ed ecco allora, negli usi  e nella letteratura di questo particolarissimo popolo una maniera di vivere, percepire e comunicare la religiosità  tutta propria. Si pensi alle “parenti di San Gennaro” ed a come si rivolgono al santo in occasione del compimento del suo famoso miracolo. Si pensi alla veemenza con la quale la fedele si rivolge alla madre di Gesù nel componimento “’O Miercurì d’’a madonna ’o Carmene” di Ernesto Murolo (“Guardeme a me, cu ttico sto parlanno…/ …Cu ttico l’aggio. Quanno fuie p’’a morta/ ’a Giesù Cristo ncroce, tu hê

 chiagnuto/ na vita sana sana/ e d’’e llacreme meie, nun te ne mporta?”), alla simpatica ed un po’ ingenua figura di Dio in “Lassammo fa’ Dio” di Salvatore Di Giacomo, all’estrema umanizzazione del Padreterno nel poemetto “Vincenzo De Pretore” di Eduardo De Filippo, o alla minaccia, che suonerebbe massimamente arrogante, se non fosse pervasa da profonda disperazione e devozione, della mamma di “cosce ’argiento” nella omonima poesia di Raffaele Chiurazzi (“San Biciè, figliemo è cinco!/ T’abbruscio ’o scaravattelo/ si nun me faie ’a grazia!”), al lavoro di Ferdinando Russo “’N Paraviso”, alle edicole votive sparse per Napoli e dintorni documenti di un particolare rapporto dei napoletani con le anime del Purgatorio, ed all’affettuoso culto dei teschi nel Cimitero delle Fontanelle. Sì, espressioni tutte che fanno della città e dei suoi abitanti quel teatro all’aperto che tutti conoscono, ma espressioni pure che, abbattendo provocatoriamente dogmatiche gerarchie piramidali, umane e pietose come non mai uniscono tutti, divinità e peccatori, in un’unica, grande, fraterna condivisione.      

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