Fatti e personaggi della grande Napoli  

Il mandolino

 

di Rosario Ruggiero

Di antiche origini, non dissimile dalla mandola, della quale costituisce una variante, il mandolino è strumento musicale assai noto, eppure, paradossalmente, altrettanto misconosciuto, che nella città del Vesuvio ha trovato il suo luogo di elezione. Appartenente alla famiglia dei cordofoni, ossia degli strumenti musicali che producono suono per mezzo di corde, ha una cassa armonica piriforme ed un manico di circa quaranta centimetri, lungo i quali sono le corde che vengono messe in vibrazione dall’esecutore per mezzo di un plettro. Ne esistono di vari tipi, che prendono nome dai loro luoghi di origine, ma il più riconosciuto è quello del capoluogo campano del quale, con la pizza e la maschera di Pulcinella, ne è emblema folcloristico per eccellenza.Eppure non molti sanno che il simpatico mandolino, con il suo caratteristico suono graziosamente argentino, è strumento anche di grande dignità classica, avendo attirato le attenzioni compositive di maestri come Paisiello, Vivaldi, Händel, Mozart, Beethoven, Paganini (che proprio sul mandolino aveva acquisito le sue prime nozioni musicali), Verdi, Strawinskij, Mahler, Casella, Schoenberg, o de Falla, autori per questo strumento di pagine di ogni sorta,  e potendo vantare anche una generosa produzione di autori specifici che giunge fino ai nostri giorni.

Peccato la sua conoscenza venga trascurata dai nostri conservatori e dalle nostre sale da concerto. Chissà quanto questo non rientra in una temperie culturale (ma è proprio il caso di dire “culturale”?) tutta italiana contemporanea che tende sempre più a svilire, a suo disdoro umano, quando non a ignorare, a sua vergogna intellettuale, ogni più significativa espressione culturale partenopea per sottolineare solo negatività, folclore o umorismo popolaresco, con la complicità mercenaria, purtroppo, anche di figli della stessa Napoli, che solo così riescono a trovare una certa facilità di espressione.

Ma tra quanti restano in città a resistere e mantenere preziosamente in vita la migliore cultura napoletana, Raffaele Calace, ultimo erede, con la figlia Annamaria, di un’inclita prosapia di liutai a cui, con l’antica famiglia Vinaccia, il mandolino deve tanta parte della sua gloria e del suo perfezionamento.

Fondata nel lontano 1825, la liuteria Calace ebbe origine con Nicola Calace, costruttore di chitarre a Procida. Suo figlio Antonio inizierà la costruzione di mandolini, trasferendosi poi a Napoli, e distinguendosi subito per maestria. Nicola e Raffaele, figli di Antonio, non saranno da meno, Raffaele, in particolare, spiccherà non solo come perfezionatore dello strumento, ma anche come esecutore virtuoso e autore di circa duecento composizioni per il suo strumento, meritando l’appellativo di “Paganini del mandolino”. Sarà anche direttore della rivista “Musica Moderna”. Nicola, per dissapori con il fratello, emigrerà in America dove continuerà la tradizione di famiglia con Nicola Turturrro. I figli di Raffaele, Giuseppe e Maria, quest’ultima in qualità di esecutrice, continueranno dopo il padre.

Oggi Raffaele junior, figlio di Giuseppe, fa altrettanto nella sua bottega al numero civico 9 di vico San Domenico Maggiore, in pieno centro storico cittadino, nel magnifico palazzo che fu dimora cinquecentesca di Gesualdo da Venosa e settecentesca di Raimondo di Sangro, circondato da monumentalità onusta di storia e secolare prestigio.

Il nobile artigiano vanta un’attività iniziata nel lontano 1968, lunga quindi a tutt’oggi ben quarantacinque anni, e la personale realizzazione di… dieci migliaia di mandolini!

Alla sua gentile disponibilità dobbiamo la conferma di quanto sin qui riportato, e la testimonianza, sicuramente preziosa, che segue.

Quali i segreti di un buon mandolino?

«Sostanzialmente sono nella maniera, non necessariamente sconosciuta ai più, di realizzare una infinità di particolari, ma da svolgere con estrema cura, secondo precetti anche assai antichi, ed in una lunga esperienza sul campo».

Di quanto tempo necessita la costruzione di un esemplare?

«Un mandolino si può costruire anche in dieci giorni, ma il risultato però sarà pessimo. Ci sono operazioni, come ad esempio, l’incollamento, che per riuscire correttamente pretendono i loro tempi, al fine di velocizzare, allora, si procede con la lavorazione contemporanea di più strumenti. Una serie di sessanta pezzi viene fuori in circa due mesi».

Quante persone lavorano con lei?

«Mia figlia Annamaria, in qualità di titolare, e sei operai».

I maggiori committenti?

«Sicuramente dal Giappone e dalla Corea, dove è diffusissimo lo studio del mandolino nelle scuole e sono tante le orchestre interamente costituite da giovani mandolinisti. A Seul, lo scorso anno, si è addirittura svolta una rassegna interamente dedicata al mandolino napoletano. Ovviamente costruiamo strumenti anche per altre nazioni e continenti, ma in Italia, purtroppo, non si riscontra lo stesso interesse, vivendo anche l’incomprensibile esclusione ministeriale dello studio del mandolino dalle scuole medie ad indirizzo musicale, di primo come di secondo grado. In conclusione la mia azienda si sostiene principalmente con gli ordinativi dall’estero. Se volessi rivolgermi solo al mercato italiano dovrei lavorare da solo, malgrado la mia produzione contempli anche chitarre, mandole, mandoloncelli e “liuti cantabili” che, è bene chiarire, derivanti dal mandoloncello, sono tutt’altra cosa del liuto arabo».

Quali gli altri costruttori come lei a Napoli, in Italia e nel mondo?

«A Napoli ed in Italia esistono solo altre piccole realtà artigiane, di più all’estero, dove anche la gigantesca ditta giapponese Suzuki, ad esempio, costruisce mandolini, su alcuni dichiarando, tra l’altro, espressamente, essere ispirati dal modello Calace. D’altronde ogni mandolino più recente è necessariamente in qualche misura una copia del modello Calace giacché il brevetto del mandolino moderno, risalente al 1923, è proprio del mio omonimo antenato Raffaele».

Gli ultimi sviluppi che ha avuto questo strumento?

«Risalgono a circa un lustro fa, con un mandolino realizzato dopo lunghe sperimentazioni e che ho voluto chiamare “Annamaria”, come mia figlia. Ha già avuto la compiaciuta approvazione di virtuosi di questo strumento per le sue oggettive qualità di bellezza di timbro, velocità di risposta, praticamente immediata, tra sollecitazione della corda e suono prodotto, ampiezza di volume del suono ben maggiore di quella degli strumenti più tradizionali, e la notevole persistenza  nel tempo delle vibrazioni prodotte. Tutte qualità che gli hanno permesso di meritare, sulla stampa specializzata, la lusinghiera definizione di “mandolino del terzo millennio”».

 

 

Condividi su Facebook