Fatti e personaggi della grande Napoli 

di Rosario Ruggiero

Sergio Fiorentino

L’asserto latino che nessuno è profeta nella sua patria, l’osservazione di Libero Bovio secondo la quale “Napoli tutto tollera e perdona fuorché l’ingegno” ed il monito agli artisti del poeta tedesco Schiller che avverte che la dignità dell’umanità fu data a loro, ed hanno da conservarla, trovano piena incarnazione nella carriera di un eccezionale pianista, Sergio Fiorentino, nato a Napoli il 22 dicembre 1927 e qui spentosi il 22 agosto 1998.

Come riferiva un interessante servizio giornalistico televisivo trasmesso in procinto dei quindici anni della scomparsa di questo notevole musicista, ed attualmente visibile su un sito informatico, Sergio Fiorentino a già soli tre anni mostrava attitudini musicali e pianistiche, riproducendo alla tastiera le melodie che ascoltava. A nove anni creava la sua prima composizione. Iniziava quindi regolari studi musicali al conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli, dove la sua formazione pianistica veniva guidata da Luigi Finizio e, per un breve periodo intermedio, da Paolo Denza. Ventenne partecipava a Monza, ad un concorso pianistico, vincendolo. Presidente della giuria, Arturo Benedetti Michelangeli, che, lapidario, affermerà: «È il solo altro pianista». Vincerà primi premi anche a Napoli ed a Genova. Sarà secondo al Concorso Internazionale di Ginevra. Inizierà così una carriera internazionale che lo porterà pochi anni dopo, nel 1953, ventiseienne, al debutto nella prestigiosa Carnegie Hall. L’anno dopo, un grave incidente aereo ed il conseguente trauma alla colonna vertebrale mineranno questa nascente ma già stupenda carriera.

Malgrado il recupero fisico, altri concerti (impressionerà favorevolmente un concertista del calibro di Vladimir Horowitz) ed incisioni discografiche, l’attività del maestro napoletano ripiegherà principalmente nell’insegnamento al conservatorio di Napoli, con esibizioni in contesti minori, miseramente trascurato dall’ambiente musicale che lo circondava, per poi riesplodere soltanto molti anni dopo, agli inizi degli anni Novanta, ed interrompersi definitivamente con la morte improvvisa dell’artista.

 In tutte e tre quelle che si possono considerare le caratteristiche principali che fanno il concertista, e cioè le capacità tecniche allo strumento, le virtù musicali e quelle professionali, Sergio Fiorentino eccelleva chiaramente. Il dominio del suo strumento  era totale per velocità, precisione, varietà timbrica e capacità di superamento di qualunque difficoltà digitale proposta dall’enorme numero di composizioni che sorprendentemente maneggiava. Musicalmente le sue scelte erano quelle di un timbro affascinante (si ascolti il preludio e fuga di Bach eseguito al concorso ginevrino o “Vocalise” di Rachmaninoff), una atmosfera lirica mesta, signorile e contenuta non disdegnando, all’occorrenza, rutilante esuberanza virtuosistica (Liszt “Feux follet”, Moszkowski “Etincelles”) nell’ambito di una sonorità precipua non massiccia e reboante alla maniera di certi virtuosi russi e dello stesso Rachmaninoff, pur presente in tanta parte del repertorio del concertista napoletano, ma tendenzialmente più piccola, tornita, perlacea, alla Walter Gieseking o Carlo Zecchi dal quale Fiorentino pure prese lezioni.

La sua professionalità era indiscutibilmente manifestata da un repertorio, ottimamente padroneggiato, di una vastità sorprendente, in tanta parte anche inciso o comunque documentato. Questo repertorio comprendeva musiche di Bartok, Borodin, Busoni, De Falla, Fauré, Franck, Gerswin, Godowsky, Moszkowski, Prokofieff, Domenico Scarlatti, molto di Bach, di Beethoven, di Brahms, di Mozart, di Liszt, di Schumann e di Scriabin, praticamente tutta l’opera di Chopin e di Rachmaninoff e tanto altro ancora, ma pure pagine rare e di autori meno noti o eseguiti come Alfano, Cece, Cilea, Giazotto, Jachino, Gustavino, Gubitosi, Pilati, Ticciati, Toch. Un panorama che permetteva all’artista l’impegno culturale di proporre pagine di larghissima notorietà e composizioni ed autori di ben più raro ascolto, capolavori di profonda musicalità e lavori dal carattere più salottiero, di più esteriore ricerca virtuosistica, spettacolare, schiettamente pianistica, adottando di volta in volta uno stile nobile e pensoso o più mondano ed esuberante.

Pure significativi alcuni episodi di cui seppi o fui personalmente testimone.

Il primo fu quando a quindici giorni circa da un concerto nell’auditorium della Rai di Napoli, con regolare trasmissione radiofonica, la pianista, che in quell’occasione avrebbe dovuto eseguire il primo concerto per pianoforte ed orchestra di Beethoven, si dichiarò impossibilitata all’esibizione. Chiamato d’emergenza,  Sergio Fiorentino non ebbe difficoltà a salvare la situazione.

Un altro fu quello di una associazione napoletana di pianisti, costituita sotto il nome di Sigismund Thalberg, che intorno agli anni Ottanta del secolo scorso proponeva concerti legati a temi specifici. Si poteva così assistere a concerti dedicati ad autori particolari, come Schubert, o a forme specifiche, come la sonata, dove però traspariva la scelta dei brani fortemente condizionata dai limiti di repertorio dei pianisti partecipanti. Quando l’associazione cambiò gestione, e le si volle dare maggior risalto e significatività, fu allora inserito nella schiera il prima trascurato Sergio Fiorentino e si potette così assistere ad un primo ciclo di concerti dedicati all’esecuzione di tutta l’opera pianistica di Ravel, con trasmissione radiofonica, dove alcuni dei precedenti pianisti continuarono a suonare il singolo o i pochi brani dell’autore in oggetto inclusi nel loro repertorio, svolgendo in tal modo una esigua frazione dell’intero progetto, il rimanente , non esclusi i brani più impegnativi, fu intero appannaggio di Fiorentino. Poco tempo dopo, il solo Fiorentino eseguiva, sempre con trasmissione radiofonica, in poche serate, l’intera opera di Rachmaninoff per pianoforte solo.

Episodio, infine, di cui fui spettatore, fu a Napoli, nella Sala Maria Cristina del complesso di Santa Chiara, in occasione di un incontro dimostrativo dei pregi dei pianoforti di una prestigiosa ditta straniera. Dopo l’illustrazione tecnica di un esperto fu la volta del concerto affidato a Sergio Fiorentino, concerto che si svolse tranquillamente, senza inconvenienti, finché, durante l’esecuzione dell’ultimo brano, la Polacca-Fantasia di Chopin, un improvviso incidente all’impianto elettrico spense istantaneamente tutte le luci immergendo di colpo la sala in un’oscurità praticamente totale. Immediato, dal pubblico, il mormorio di protesta di alcuni, per la presunta consequenziale interruzione, subito però zittiti. Sergio Fiorentino, imperturbabile e calmo come durante tutto la già svolta esibizione, stava continuando imperterrito, senza avere avuto un solo attimo di esitazione o di smarrimento. L’applauso che coronò quella magnifica prova fu forse superato solo da quello che seguì un vorticoso valzer di Chopin, egregiamente eseguito come bis, con la tastiera illuminata da una torcia elettrica recuperata d’emergenza.

Un artista è una persona dal nobile impegno civile di ornare il mondo, ancor più se in maniera esemplare, da qui l’alto significato dell’attività artistica di Sergio Fiorentino, per l’indubbia finezza degli esiti ma soprattutto per la perseverante, umile tenacia di continuare a donare bellezza al mondo nei momenti felici, di gloria, sostenuto dalle migliori condizioni, e nei momenti bui, quando lo si poteva ascoltare in contesti minori, di facile accessibilità, anche su strumenti qualitativamente lontani da quelli delle più grandi e prestigiose sale, al cospetto di pubblici talvolta copiosi, talvolta anche estremamente esigui, e certo per compensi non rilevanti.

Lezione di questa esemplare dedizione è sicuramente la dimostrazione viva e cocente che la fama, la gloria ed i suoi riconoscimenti più ampi non arridono necessariamente al valore, pur contornando poi questo valore, una volta scoperto, o riscoperto, di un’ammirevole aura eroica; ma il suo insegnamento ancor più grande è stato sicuramente la dimostrazione costante del valore autentico della vera arte. Studente di conservatorio, seguivo i concerti attento ad ogni dettaglio tecnico, ammirato da chi sapeva già solo fare più di me. Fu ai concerti di Sergio Fiorentino che percepii e subii per la prima volta, in piena coscienza, quella malia della vera arte di entrarti dentro a poco a poco, modificarti l’umore, appaciarti con le tue angosce e con il resto del mondo, trasportarti in un’atmosfera di sereno distacco dalle più penose contingenze della quotidianità, una magnifica sensazione che ti rimane dentro anche dopo, e per un bel po’.

Se vivere è il tentativo costante di trascorrere al meglio il tempo che ci spetta, non c’è niente allora che sia più vita della bellezza e quindi dell’arte. Di ciò l’umanità sia sempre grata a maestri come Sergio Fiorentino.

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