Fatti e personaggi della grande Napoli di Rosario Ruggiero

 

Armando De Stefano

Sicuramente, tra gli innumerevoli documenti utili, le testimonianze dirette coprono un ruolo non trascurabile nella definizione di un evento o di un personaggio. Una realtà dalla quale non è certo immune neanche la figura di Armando De Stefano, ammirato pittore napoletano, nato il 27 novembre 1926, allievo presso l’Accademia di Belle Arti di maestri quali Emilio Notte, fondatore, con altri sei colleghi, nel 1947, di quel “Gruppo Sud” incline ad una pittura particolarmente attenta alla realtà sociale, poi maestro più vicino ad un “espressionismo materico e astratto” per tornare infine ad uno stile maggiormente figurativo, protagonista di varie edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale d’Arte di Roma, autore di opere sparse per il mondo, tra collezioni pubbliche e private, e di numerosi cicli pittorici dalla forte propensione per la napoletanità più storicamente significativa o problematiche civili, insegnante per oltre quarant’anni all’Accademia di Belle Arti ed artista dalla grande inclinazione per la musica, il cui ascolto lo accompagna regolarmente nel suo esercizio pittorico ancor oggi quotidiano, con studi pianistici svolti sotto la guida del concertista Giuseppe Terracciano ed ammirazione per i maggiori interpreti del jazz, una simpatia per il mondo dei suoni che lo ha portato a produrre ritratti di musicisti come Roberto De Simone, Riccardo Muti, Sergio Fiorentino, Aldo Ciccolini, Igor Stravinskij e Michel Petrucciani, oggi nella quadreria del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli.

La testimonianza diretta inerente ad Armando De Stefano coincide con la motivazione del Premio “Artista esemplare” conferitogli nel gennaio 2015.

Istituito da chi qui scrive, il premio intendeva valorizzare, ma soprattutto vivificare e far evolvere, una piccola associazione di artisti portandole tutti i benefici di un personaggio eminente, offrendole un’invidiabile occasione di crescita, qualora si fosse dimostrata capace di apprezzare e cogliere una tale opportunità, e così sprovincializzarsi, ma soprattutto l’iniziativa mira a creare un riconoscimento non già alla carriera o al valore di un  maestro (come innumerevoli altri premi che ogni giorno di più proliferano, a tutto danno, tra l’altro, dello loro stessa attendibilità), ma ad una esemplarità etica espressa nel mondo delle muse. Un dono, quindi, più che a beneficio del vincitore, al resto del mondo che ne rileva l’esistenza.

La prima edizione, del 2014, elesse Giuseppe Antonello Leone, per la poliedricità della proficua incidenza nel mondo dell’arte. Pittore, scultore, mosaicista, poeta, incisore, didatta, direttore di istituti d’arte, attivo per la nascita di nuove scuole e nuove materie di insegnamento, maestro della tecnica del “graffito polistrato” e più, l’inarrestabile ultranovantenne, con la sua attività lunga ben oltre mezzo secolo, apparve la scelta migliore.

Nel 2015 Armando De Stefano.

Perché?

Perché, come egli stesso ebbe a dirmi nel corso di un’intervista, malgrado successi anche all’estero, e la possibilità di rimanervi con ben più ampie prospettive di carriera, volle restare nella sua Napoli, per quanto notoriamente oggi città estremamente difficile per lo svolgimento di una attività ed il conseguimento di riconoscimenti, in virtù di quell’inarrivabile fucina di ispirazione che il capoluogo campano gli si rivelava, sacrificando maggior popolarità, guadagni ed opportunità all’ideale della propria arte.

Dichiarazione che potrebbe anche certo apparire gratuita, da visionario, o di comodo, ma che nel caso di Armando De Stefano trova verifica di veridicità nell’elezione della sua residenza in pieno centro storico cittadino, nella scelta dei temi di tante sue opere e nella osservazione che sentii da Salvatore Ciaurro, pittore professionista, quindi, in qualche modo, anche antagonista di De Stefano, il quale, con la correttezza, l’onesta ed il rigore dell’artista vero e appassionato, mi dichiarò spontaneamente, nel corso di una conversazione a due amichevole, che Armando De Stefano era un maestro assoluto e che se si fosse trasferito in una capitale come, ad esempio, Parigi (né opportunità del genere gli erano certo mancate), avremmo avuto, per rinomanza, un altro Pablo Picasso, ciò malgrado il maestro napoletano aveva preferito rimanere ancorato alla sua città.

È da aggiungere una sorprendente umiltà di Armando De Stefano tale che, in occasione di un’altra intervista che ebbi a fargli in presenza del suo allievo Giovanni Villapiano pochi giorni prima della cerimonia di conferimento del Premio “Artista esemplare”, alla domanda riguardo a quali altri premi avesse mai ottenuto nella sua lunghissima carriera, dovetti quasi estorcergli, con l’aiuto di Villapiano, la notizia di riconoscimenti massimi come un premio di arte sacra, a Palermo, per un crocifisso oggi ai Musei Vaticani, quello ricevuto poco più che ventenne, a Mosca, dalle mani da Stalin che lo nominò “pittore del popolo”, un altro a Vienna costituito da un’opera di Pablo Picasso e la vittoria, ad Alessandria d’Egitto, di un concorso per il disegno tra tutti i paesi dell’area mediterranea, trionfi che il maestro era restio a sciorinare aggiungendo che gli altri non gli tornavano alla mente ed impedendoci così di continuare, né posso tacere la bonomia e la paziente disponibilità con la quale volle accettare il mio piccolo premio “Artista esemplare” e, seppur dolente per una caduta, intervenire alla manifestazione di assegnazione ed incontrare tanti aspiranti artisti.

In definitiva, Armando De Stefano resta un maestro dalla indiscutibile perizia grafica e coloristica, l’impegno etico della sua arte e la capacità sorprendente nella raffigurazione di volti o finanche maschere di infondere nel loro sguardo un’espressione viva ed intensa, talvolta inquietante, che fuoriesce dal dipinto per entrare nell’animo dell’osservatore turbandolo, dando luogo così ad opere di una efficacia espressiva molto incisiva, virtù artistiche ed umane che unite ad una “esemplare” integrità e costante dedizione all’arte (ricordiamo che il quasi nonagenario maestro continua a dipingere quotidianamente previ accurati ampi studi propedeutici, come per il suo ultimo ciclo dedicato al poeta Jorge Luis Borges o l’attualmente nascente ciclo sull’antica Pompei) ne fanno uno di quei preziosi ingegni della faticosa Napoli di oggi i quali, rifiutando l’emigrazione di comodo e la vendita fuori le mura di tanta napoletanità oramai oleografica, che tanto piace, tanto facilmente si vende, ma che in realtà tanto tristemente svende la gloriosa e secolare città ai piedi del Vesuvio, in tempi ben più sensibili e riconoscenti,  non potranno assolutamente essere trascurati.

 

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