VENERE NERA

di Manuela Rippo

 

L’individuo ed il suo “l’altro” in un’eterna contrapposizione voyeristica di curiosità e paura. Ecco dove nasce il razzismo popolare, con la sua mania, volgare e primitiva, di guardare dall’alto gli altri, in principio per confermare la superiorità della razza bianca ed occidentale, adesso, grazie ai reality, per attestare una superiorità culturale e sociale.

Tutto iniziò con il circo di Barnum e poi con gli “zoo umani”, per divertire, consolare e gratificare gli annoiati europei con mostre antropozoologiche di individui esotici trattati come bestie per enfatizzare tutta la spettacolarità del “fenomeno da baraccone”.  

Uno di questi fenomeni è Saartjie Baartman, meglio conosciuta come la “venere ottentotta”, protagonista dell’ultimo film di Kechiche.

 

Il regista mette in scena un’opera eccellente, ispirata ad uno dei più grandi crimini che l’essere umano continua imperterrito a commettere: la discriminazione. Discriminazione che diventa rappresentazione, spettacolarizzazione della fragilità di una donna nuda davanti al mondo, offesa e violentata dagli sguardi del pubblico e degli scienziati che le hanno rubato la vita e la dignità.

Una pellicola eccezionale che, pur evidenziando tutte le peculiarità del regista, come la macchina a mano, i dettagli delle espressioni facciali e della gestualità, nonché il suo caratteristico stile comunicativo, incessante e caotico, si distingue dalle precedenti (La schivata, Cous Cous n.d.a.), per l’attenzione maniacale agli ambienti ed ai costumi.

Un film da vedere, per non dimenticare.