THE LADY – L’AMORE PER LA LIBERTÀ

   

Manuela Rippo

L’ennesimo film biografico, che parla di politica e che per protagonista ha una donna, coraggiosa ed intraprendente come il premio Nobel per la pace del 1991, Aung San Suu Kyi. Il cinema ha smesso di creare, di inventare storie, ha sacrificato le proprietà visive ed immaginifiche a favore del racconto e della narrazione. Non si riesce a capire se questi lungometraggi siano un tributo al protagonista (quello reale), se rispondano a logiche di mercato (non credo n.d.r.) o al bisogno impellente del regista di mettere in scena un dramma sociale che lo ha colpito particolarmente. Fatto sta che il regista di Leon e di Nikita, Luc Besson, sceglie di dirigere un film “civilmente impegnato” impegnandosi ben poco e mantenendo le distanze dall’evento in sé per sé.  

The Lady è la storia di Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana conosciuta come “orchidea d’acciaio” del movimento per la democrazia in Myanmar, che dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San capofila della lotta indipendentista birmana, scappa in Inghilterra e sposa un professore universitario, Michael Aris. Nel 1988 i suoi connazionali insorgono contro la giunta militare dando vita ad una serie di scontri contro il potere assoluto dei generali. Aung San dedicherà la sua vita e la sua libertà alla nobile causa della difesa dei diritti civili ed umani del suo paese, costretta agli arresti domiciliari nel 1989 per tornare definitivamente libera solo nel 2010, vivrà lontana dalla sua famiglia e dai privilegi che la sua cittadinanza inglese le avrebbero permesso.  

Il film punta tutto sulla melodrammaticità della relazione tra la lady e suo marito, vero martire del film (secondo la regia) che accetta e sostiene la propria moglie nelle sue lotte ideologiche. L’amore e la relazione tra i due cannibalizza l’aspetto politico e sociale del film, limitando il racconto della rivoluzione a poche, ma ben riuscite, scene. Besson punta tutto sull’aspetto personalistico ed emotivo della trama sacrificando quella che sarebbe potuta essere una “bella storia” da filmare o meglio da documentare.

 

 

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