MICHEL PETRUCCIANI - BODY & SOUL

di Manuela Rippo

 

Il jazz, non solo note e strumenti, ma stile di vita. Passione, amore e dramma, uno dei più superbi generi musicali, l’arte di suonare, di ascoltare e di consumarsi. Ognuna di queste parole racchiude in sé un momento della vita di Michel Petrucciani, piccolo grande genio della musica jazz morto all’età di 36 anni, a causa di una malattia che lo ha segnato dalla nascita.  

Figlio di un chitarrista di origine napoletana, Michel è stato cresciuto a pane e classici del jazz da un padre che ha sempre sostenuto la sua passione per il pianoforte, costruendogli uno strumento che gli permettesse di premere i pedali nonostante il nanismo congenito e l’osteogenesi imperfetta. A tredici anni infuocava già il grande pubblico ed attirava le invidie dei suoi colleghi, a diciannove, trasferitosi in California, suonava nel quartetto di Charles Lloyd. Ha visto il mondo, godendo di ogni piacere, si è abbandonato ad ogni peccato come se ogni giorno fosse l’ultimo, ha suonato per il Papa, ha venduto quasi due milioni di dischi e si è sposato tre volte. Una vita breve ma intensa, vissuta in ogni suo istante, nonostante la malattia, i dolori e le cure.  

Al documentario girato dal regista Michael Redford, che noi tutti ricordiamo per “Il Postino”, manca qualcosa. Non c’è musica, non c’è jazz, non c’è il coraggio di curiosare nella vita di un uomo complesso. Una pellicola anonima, per niente invadente, che pur concentrandosi sul personaggio, non è riuscita a farne emergere drammi, umori e sentimenti. Tra gli intervistati, oltre alcune delle donne che lo hanno conosciuto ed amato, il figlio Alexander, che ne ha ereditato la malattia.