MARILYN

 

Manuela Rippo

Marilyn Monroe è morta il 5 agosto del ’62 e nessun film potrà mai portarla in vita, nemmeno per un istante. Perché era unica, malinconica, effervescente e bella. Con lei nasce e muore il mito della biondona svampita ed affascinante, lo star-system e l’accanimento mediatico. Marilyn, l’angelo di Los Angeles che ammaliava qualsiasi uomo e che usciva da ogni relazione sempre più sconfitta, mai amata abbastanza, mai apprezzata abbastanza. È stata ed è ancora un simbolo, un’icona di un’era che si è conclusa con il suo cadavere ritrovato in una stanza d’albergo, nudo e senza Chanel n°5.

Ma il film di Simon Curtis non parla di lei, non ha queste pretese. Piuttosto è la bellissima storia di un giovane ed intraprendente ragazzo, Colin Clark, che, deciso a lavorare nel mondo del cinema, riuscirà ad ottenere il posto di terzo assistente alla regia nel film “Principe e la Ballerina” di Laurence Olivier. Ma il giovane Colin si ritroverà a fare da balia alla donna più desiderata del mondo, a trascinarla in giro per l’Inghilterra e a condividerne il letto. Ed è proprio grazie al suo sguardo innamorato e devoto, incredulo e curioso che l’inaspettatamente brava Michelle Williams riesce a dare corpo e anima a Marilyn Monroe, meritandosi la candidatura all’Oscar per un’interpretazione eccezionale.

My week with Marilyn è lo sguardo personale e soggettivo di Colin, che Curtis mette in scena fedelmente senza essere mai investigatore e paparazzo. Una settimana nella vita della divina Monroe senza svelarne misteri ed enigmi irrisolti, ma mettendone in luce i drammi di un’esistenza stroncata troppo presto dall’insicurezza che la caratterizzava, dalle pretese troppo alte di chi si approfittava di lei e di ciò che rappresentava. Troppo sola e debole per essere Marilyn, in questo film emerge, forse e per merito della Williams, un po’ di quella Norma Jeane Backer che è scomparsa con la prima decolorazione.

 

 

 

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