LINCOLN, UN FILM DA OSCAR

L’ultimo capolavoro di Spielberg candidato a 12 premi Oscar

 

 

 

Manuela Rippo

Non è facile girare un film sul Presidente degli Stati Uniti d’America più amato e ricordato della storia. L’uomo che ha abolito la schiavitù e che ha dovuto affrontare la guerra civile, in un paese diviso per razza e ideologie. Ma Steven Spielberg ha messo in scena un vero e proprio capolavoro, meritandosi tutte e dodici le candidature agli Oscar.  

La pellicola è ambientata nel pieno della guerra di Secessione (1861-65), Lincoln è alle prese con la risoluzione della guerra e con la necessità di approvare il 13° Emendamento che abolirà la schiavitù dei neri d’America, cambiando per sempre la storia. Non ci sono buonismi ne artifici creati ad hoc per dare una vena di romanticismo alla trama, piuttosto il racconto di ciò che è successo da un punto di vista politico. I compromessi, gli accordi, i sotterfugi e le strategie di uno dei massimi esponenti della realpolitik che si è adoperato affinché le cose andassero nel “modo giusto”. Nascosti nell’ombra della sua statura, i figli, la moglie, un segretario di Stato ed un interno Parlamento, alle prese con un uomo che ha saputo raccontare la storia attraverso le sue azioni e le sue imprese, da vero professionista della politica, nel senso weberiano del termine. Un uomo ingombrante, determinato e amato dal popolo per il suo pragmatismo e per la sua determinazione.

Spielberg sceglie di girare un film parlato, anzi narrato, dove la parola è la vera protagonista; che sia nei discorsi pubblici del Presidente come nei monologhi interiori, dove lo disegna come un narratore interno ed esterno alla sua stessa storia, il regista riesce a concentrare nel suo sguardo, nelle sue rughette e nella voce, tutta la sofferenza e l’apprensione di chi sorregge e sopporta il peso del cambiamento. Indimenticabile l’interpretazione di Daniel Day-Lewis che ha reso il 16° Presidente così reale da sembrarne la reincarnazione. 

 

 

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