LÀ-BAS

Educazione Criminale

 

Manuela Rippo

Là-bas è la coraggiosa pellicola del regista napoletano Guido Lombardi, sceneggiatore, film-maker e vincitore per due volte del prestigioso Premio Solinas, che prende spunto dalla strage di Castelvolturno del 18 settembre 2008, quando il clan dei Casalesi uccise sei clandestini innocenti, in un atto di gratuita violenza e razzismo che ha sconvolto la cronaca nera. Il film ha vinto ben due premi alla 68ª Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante fosse stato presentato al Lido senza distribuzione, ha ricevuto il “Leone del Futuro – Premio miglior opera prima Luigi De Laurentiis” ed il premio Kino del pubblico.  

Il film narra le vicende di Yussouf, un giovane immigrato africano che arriva in Italia in cerca del denaro necessario all’acquisto di un macchinario col quale produrre opere d’arte in ferro. Giunge nella provincia casertana e trova ospitalità in una comunità di immigrati che occupa una piccola villa a Castelvolturno, detta la “Casa delle Candele” perché spesso salta la luce. Yussouf, diversamente dai suoi coinquilini che si guadagnano da vivere vendendo fazzoletti ai semafori o suonando musica per strada, ha uno zio, Moses, che è un potente boss del traffico di cocaina sul territorio. Questi lo aiuterà a trovare un lavoro in un autolavaggio alle dipendenze di un padrone sfruttatore, per poi coinvolgerlo nello spaccio di droga. Le vicende si susseguono fino al giorno della strage, evento che convincerà il protagonista a chiudere i conti con suo zio Moses e con un ambiente marcio e disonesto.  

Là-bas, letteralmente laggiù, è il termine che gli africani usano per identificare la lontana Europa e le prospettive che rappresenta. Quel laggiù culturalmente e geograficamente lontano, dove la speranza si scontra con la triste realtà di un paese che emargina gli immigrati in piccoli contesti di periferia, allo sbando tra lavoretti sottopagati ed umilianti e l’opportunità di guadagnare attraverso droga, prostituzione ed attività illegali. Guido Lombardi filma una comunità di attori non protagonisti, eccetto Esther Elisha, alle prese con l’asfissiante condizione di immigrato in uno Stato assente e discriminate come l’Italia. Ma la pellicola del regista napoletano non è la trasposizione cinematografica dell’episodio di camorra del 18 settembre 2008, né una semplice narrazione della vita delle comunità africane di Castelvolturno. Piuttosto è l’incontro tra filmico e profilmico,  tra un raccontro intradiegetico ed extradiegetico dove la verità e le problematicità di un uomo e di una comunità si mescolano con la sceneggiatura e con la costruzione di un film ben fatto.

 

  

 

 

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