IL VOLTO DI UN’ALTRA

“IL FILM DI PAPPI CORSICATO PRESENTATO AL FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA”  

Manuela Rippo

L’estroso regista napoletano, Pappi Corsicato, presenta a Roma il suo ultimo lungometraggio: Il Volto di un’Altra, ma non è un successo! Accolto da fischi e cori di protesta, Corsicato propone una riflessione mediocre e vigliacca di un fenomeno attuale e comune, senza però affrontarlo fino in fondo. Lancia la pietra (o il gabinetto?) ma nasconde la mano e realizza un film (nelle sale a febbraio 2013) incompleto e inconcludente.

Il suo cinema non si reinventa più e questo è un peccato, Corsicato è un bravo regista perché è prima di tutto un artista: famoso per l’iperrealismo, i colori accesi e l’esasperazione surrealista dei suoi film, ce non mancano ne Il Volto di un’Altra, ma che si limitano ad esserne la sua firma e nient’altro.  

Protagonisti della pellicola, la chirurgia estetica, il mito del bello, l’egocentrismo delle “star” televisive, la costante insoddisfazione ed i media: creatori e distruttori di belle facce e personalità scadenti. Bella (Laura Chiatti) è la conduttrice bella&bionda di un popolare programma televisivo sulla chirurgia estetica, nonché moglie di Renè (Alessandro Preziosi), un chirurgo plastico che “opera” nella medesima trasmissione e che gestisce una clinica di bellezza nelle verdi e immacolate montagne del Sud Tirol. Bella verrà licenziata ed infuriata si metterà alla guida, ma un inusuale “incidente di percorso” le sfigurerà il viso. L'incidente si rivelerà un’opportunità per rilanciare la propria carriera ed in accordo col marito, sceglierà di sottoporsi in diretta a un intervento che le ricostruirà il volto. Tutto sembra filare liscio come l’olio, ma come in tutti i film, niente va mai per il verso giusto!  

Le basi per un buon film c’erano tutte, eppure l’ultima fatica del regista napoletano non decolla mai. Dopo un incipit interessante e dinamico la pellicola cade sulle sue stesse gambe, in un tripudio di banalità e citazioni cinematografiche scontate. Purtroppo è diventato male comune a tutti i film italiani  (fatto salvo per alcuni casi isolati) di avere delle buone idee che però restano tali, circoscritte nell’idea, politically correct, che un film non debba andare oltre i propri confini (stabiliti da chi poi?).  

Con la speranza che i prossimi film di Pappi e degli altri registi italiani non camminino più sulle ginocchia e a testa bassa, vi saluto dal Festival di Roma, che quest’anno è un po’ deludente (o siamo noi ad essere diventati esigenti?) 

 

 

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