DIAZ

 

 

 

 

Manuela Rippo

Tra sangue e violenza, realtà e verità, denuncia e polemica inizia l’anno cinematografico italiano. Dopo ACAB, film sulle violenze tra poliziotti e ultras nella Roma degli anni ’80 e Romanzo di una Strage, che descrive, con uno stile impeccabile e preciso, la strage di piazza Fontana dove persero la vita 17 persone nonché l’anarchico Pinelli ed il commissario Calabresi; arriva nelle sale italiane DIAZ – don’t clean up this blood, ultimo film del regista Daniele Vicari, conosciuto al grande pubblico per Velocità Massima e Il Passato è una Terra Straniera, con all’attivo due “David di Donatello”.  

Luglio 2001, l’attenzione della stampa internazionale è rivolta agli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il vertice del G8 di Genova. Nella redazione della Gazzetta di Bologna, dove lavora Luca, arriva la notizia della morte di un manifestante, Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova per vedere di persona cosa sta succedendo. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco, un organizzatore del Genoa Social Forum e Franci, una giovane avvocatessa del Genoa Legal forum. Nick è un manager che si interessa di economia solidale che si trova a Genova per il seminario dell’economista Susan George. Anselmo è un vecchio militante della CGIL e con i suoi compagni pensionati ha preso parte ai cortei contro il G8. Etienne e Cecile sono due anarchici francesi che hanno partecipato alle manifestazioni. Bea e Ralf sono di passaggio nel capoluogo ligure ed hanno deciso di riposarsi alla scuola Diaz prima di ripartire. Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo . Le vite di tutti loro e quelle di centinaia di altre persone s’incrociano nella tragica notte del 21 luglio 2001, quando la polizia irruppe nella scuola Diaz scatenando l’inferno: 93 arresti e 87 feriti. Subito dopo un processo che coinvolse 300 poliziotti, 27 dei quali condannati per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia; mentre 44 poliziotti sono stati condannati per abuso di ufficio, abuso di autorità contro detenuti e violenza privata per quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto.  

Quello di Vicari non è un film politico, piuttosto una visione corale di uno degli episodi più imbarazzanti (e per questo rimossi) degli ultimi 15 anni. Con la sua regia mette in evidenza l’accaduto attraverso diversi punti di vista, senza mai trascendere in accuse e prese di posizione. Non denuncia ma documenta, con una pellicola che vuole ricordare come la democrazia venga spesso messa in discussione da violenze e giochi di potere, dove civili, forze dell’ordine, politici e militanti sono tutti coinvolti.

  

 

 

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