CONTAGION

Manuela Rippo

La paura di respirare, di toccare, di vivere rischiando di morire. La paura di essere contagiato da un virus che non si può vedere e non si può evitare. Contagion, l’ultima pellicola di uno dei più grandi registi americani, Steven Soderbergh, è un film corale che pone le persone dinanzi al pericolo e le spoglia delle proprie paure, delle proprie ansie ed emozioni, a metà tra la fisicità del contagio e la moralità delle relazioni umane.

Un virus simile all’influenza suina crea il panico sulla terra. Partito da Hong Kong, il virus inizia a diffondersi velocemente mettendo in allerta la Comunità Medica, costretta in poco tempo a trovare una cura e a gestire il panico scatenato dai media. L’attenzione di concentra sui diversi personaggi, una Paltrow contagiata, un Damon provato, Law il blogger, il responsabile del Consiglio Mondiale della Sanità, il medico che perde vite umane senza riuscire a spiegare e a spiegarsi le cause, che con impeccabile recitazione mostrano le fobie e le paranoie di una società non così diversa dalla nostra.

Soderbergh gira una pellicola nuova per il suo genere, ma che non si distacca per scelte stilistiche e linguistiche dai suoi precedenti lungometraggi. C’è l’esplorazione dell’animo umano e lo studio delle sue reazioni dinanzi alla morte, il delicato e infimo rapporto tra sistema mediatico e classe politica e l’egoistica avidità di chi gioca con le vite umane per interesse. Il tutto visto con gli occhi distaccati di chi non prende mai una posizione precisa, lasciando allo spettatore l’opportunità di riflettere e di giudicare.

 

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