MEINA: LA PIU’ DIMENTICATA DELLE STRAGI NAZISTE

di Almerico Realfonzo

Per ricordare Carlo Lizzani, scomparso in questi giorni, ho proposto a napoliontheroad di ripubblicare il mio articolo Meina: la più dimenticata delle stragi naziste, pubblicato dallo stesso giornale, nel 2007 nell’occasione della presentazione a Venezia del film di Lizzani Hotel Meina.

L’articolo è citato nei miei libri I giardini rosminiani (Libreria Dante & Descartes, Napoli, 2008, p.93) e I giorni della Libertà (Mimesis Edizioni Milano-Udine, 2013, p.104).

 

Carlo Lizzani ha presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il film Hotel Meina sull’eccidio di ebrei avvenuto nel settembre ’43 a Meina, sul Lago Maggiore. L’episodio, che si distinse per abiezione, si inquadra nelle vicende che tra il ’43 ed il ’45 interessarono le valli dell’Ossola, il Cusio ed il Verbano, il principale teatro di guerra partigiana che ebbe, per gli scenari dei luoghi, l’atmosfera della città-frontiera di Domo, la straordinaria avventura della Repubblica dell’Ossola e dei ragazzi partigiani, un sembiante cinematografico non riconosciuto salvo per lo sceneggiato di Leandro Castellani, “Quaranta giorni di libertà”, trasmesso dalla RAI nel ’74, trent’anni dopo la Repubblica partigiana.

La Repubblica, la più nota, forse per vari aspetti la maggiore tra le “grandi repubbliche” partigiane dell’estate-autunno del 1944 (G.Bocca), comprendeva l’Ossola e le sue convalli. Durò, col suo fascino di impresa utopica, dal 10 settembre, il giorno che le Divisioni partigiane “Valdossola” e “Valtoce” occuparono Domo in festa, alla seconda metà di ottobre segnata dal ritorno di tedeschi e fascisti nella città deserta, il 14 ottobre, dall’esodo dei civili in Svizzera tra le interminabili piogge ed i primi nevischi, e dagli sporadici scontri degli ultimi giorni del mese. Le sue storie sono narrate in numerosi libri, tra i quali memorabili Una repubblica partigiana di Giorgio Bocca e Sere in Valdossola di Franco Fortini, ma il suo messaggio è racchiuso in una frase incandescente di Gianfranco Contini: “chi è stato nell’Ossola fra il settembre e l’ottobre ’44 ha veramente respirato l’aria esilarante della libertà”.

L’armistizio dell’otto settembre ’43 ci colse a Domo col sollievo per la fine della guerra, sopraffatto però dal senso di morte della patria e dalla profonda inquietudine per il timore dei tedeschi e l’incombente ritorno dei fascisti con l’annuncio da radio Monaco, la stessa notte della resa, della costituzione di un governo nazionale fascista ad opera di fuorusciti. Poi, tra l'undici e il tredici, la città fu invasa da una quantità di sbandati del disfatto esercito: a Domo stettero qualche giorno, subito riconoscibili dal precario abbigliamento borghese, per sparire alle prime voci di deportazioni in Germania, taluni salendo in montagna a formare, secondo la vulgata partigiana, le prime bande ribelli, altri partendo per avventurosi viaggi verso casa o verso grandi città dove confondersi tra la gente.

Altri eventi immediatamente successivi all’armistizio che alimentarono l’apprensione cancellando le superstiti speranze di pace, furono l’ordinanza di Kesserling del 12 settembre che asserví l’Italia dichiarandola territorio di guerra, la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, lo stesso giorno, e i fatti che ne seguirono: il suo incontro con Hitler al Quartier Generale di Rastenburg, il discorso del 18 da radio Monaco, l'irriconoscibile voce che, persi i famosi timbri, annunciava la costituzione della Repubblica fascista, il suo ritorno in Italia il 25 e l’assunzione delle funzioni di capo del nuovo stato fascista, dopo il Consiglio dei Ministri alla Rocca delle Caminate. Invece, nessun effetto memorabile fece, poco dopo, la dichiarazione di guerra del governo regio alla Germania (non accettata dai tedeschi che consideravano solo governo legittimo la RSI), tant'é che io ne smarrii il ricordo, ritrovandone la data, il 13 ottobre '43, nelle letture di anni dopo.

Dunque, all’incontro di Rastenburg seguí la nascita del nuovo governo fascista, che Mussolini avrebbe decisa su pressione di Hitler per salvare l’Italia dalla sorte polacca minacciata dall’antico alleato (R.De Felice) o perché era il suo solo modo per tornare al potere, fidando nella possibilità della vittoria tedesca (A.Lepre) o, forse, per entrambe le ragioni. Però l'evento più traumatico dopo l’armistizio fu l'occupazione tedesca di Domo, il pomeriggio del 20 settembre, da parte di un distaccamento di militari della SS Leibstandarte “Adolf Hitler”, una formazione generata da una sorta di originaria guardia del corpo di Hitler (1933), assurta, tra il ’38 ed il ’41, alla consistenza di un reggimento di fanteria motorizzata, di una brigata dopo la campagna di Polonia, poi di una divisione; nell’ottobre ‘43 venne trasformata nella Prima Divisione corazzata SS. Preceduta dalla fama di spietatezza conquistata dalle SS sui campi di Europa, trasferita nel ’43 da Charkov al nostro confine, scese in Italia in agosto a disarmare grosse unità italiane dislocate tra Milano, Torino e Como, per poi acquartierarsi temporaneamente sui laghi ed a fine ottobre muovere nuovamente verso la Russia con la forza di 300 carri armati (H.Eberle, M.Uhl).

L'occupazione di Domo debuttò con le buone maniere che talora adottano gli oppressori: i tedeschi arrivati col contingente del 20 settembre "erano allegri e sembravano gli uomini più tranquilli del mondo"; radunati davanti la farmacia Bogani in piazza Cavour, lasciavano persino che i ragazzi "salissero vicino a loro a prendere pane, cioccolato e sigarette" (L.Pellanda). Io non vidi l’arrivo delle SS, quel pomeriggio, ma ricordo gli insoliti traffici di mezzi tedeschi a fine settembre e le proterve esibizioni dei famosi sidecars sulla breve salita di via Marconi e in piazza Cavour, ciascuno con due o tre militi in assetto di guerra, le doppie rune sui baveri, i simboli di invincibilità che credevo folgori.

Nello stesso periodo, con la prima riunione del Governo fascista del 27 settembre, presero a circolare voci di imminenti chiamate alle armi ed in breve conflissero, nel piccolo mondo ossolano, il crescendo della propaganda fascista, col corredo di bandi e minacce di morte per disertori e renitenti, il ritorno dei fascisti restituiti, sembrava, allo squadrismo delle origini, e, con le notizie sulle prime formazioni ribelli e gli albori di attività politica antifascista, sconosciuta alla mia generazione, i prodromi del mito resistenziale. Cominciammo a sentire di fughe in Svizzera di ebrei e antifascisti compromessi nel periodo badogliano, che sconfinavano con l'esoso aiuto dei passatori, di retate e deportazioni di ebrei e militari fuggiaschi, di brutali violenze come comuni pratiche della polizia politica, di pubbliche o segrete uccisioni, insomma gli inizi del nefando repertorio di guerra che i nazisti, ma qui anche i fascisti, spiegavano nelle terre di conquista d'Europa.

Nella fase nativa di questa temperie si collocano gli efferati episodi che si verificarono tra il 15 e il 24 settembre sulla sponda occidentale del Lago Maggiore nei giorni in cui nasceva il governo della Repubblica Sociale Italiana, con l'uccisione di cinquantaquattro ebrei ad opera delle SS della Leibstandarte. A Meina gli uccisi furono tredici ebrei di Salonicco ed un turco, tutti cittadini italiani, e due altri, un'ebrea tedesca ed un italiano. Dopo i cenni di Pellanda e Bocca, Marco Nozza nel libro Hotel Meina, pubblicato cinquantadue anni dopo, ricostruì l'episodio, dall'arrivo delle SS nel quieto albergo di Meina dove alloggiavano gli ebrei, alla segregazione delle famiglie nelle camere, sette giorni in angosciosa attesa della sorte, alle truci uccisioni.

Il 22 settembre le SS prelevarono gli ebrei a piccoli gruppi, con l'inganno di internarli per invece ucciderli in riva al lago, appena dopo l’abitato. Gli uccisi, gettati nel lago legati a grosse pietre, riemersi furono ripescati e sventrati perché affondassero; anzi, secondo taluni residenti nelle ville rivierasche, fallite quelle macabre manovre i corpi sarebbero stati bruciati con i lanciafiamme: un’ipotesi forse dovuta ai bagliori notturni degli spari sulle rive del lago. Ad esasperare la turpitudine dell'episodio, le esecuzioni sul lago vennero completate, la notte tra il 23 e il 24 settembre, dall'uccisione del vecchio Fernandez Diaz e dei suoi tre nipoti, un ragazzo diciassettenne, Jeannot, e due bambini disperati, Robert tredicenne e Blanchette undicenne.

L'aspetto incredibile della strage di Meina, come degli altri eccidi compiuti con varie aberranti modalità tra Arona e Baveno, fu che, malgrado la loro violenza, non se n’ebbero che vaghe notizie, le SS riuscendo ad occultare gli episodi, riemersi venticinque anni dopo col farsesco processo di Osnabrück apertosi il 9 gennaio 1968 dopo vani e sporadici tentativi di denuncia nei molti anni trascorsi. Peraltro, l'occultamento della violenza, quando non se ne volle l’ostentazione terroristica (C. Pavone), fu una pratica politica che investí l'intero periodo '43-45, fin oltre la Liberazione, seppellendo in un lungo oblio le aberrazioni delle fazioni, quasi che le nebbie dell'epoca avessero pervaso il territorio morale della storia, relegando gli eventi nel limbo delle memorie individuali.

Il processo di Osnabrück sulla più dimenticata delle stragi, si concluse il 20-21 giugno ’68 con la richiesta di ergastolo per tre ex ufficiali della Leibstandarte e dieci anni per due imputati minori. Gli ergastoli furono confermati dalla Corte di Assise il 4 luglio e le pene minori ridotte a tre anni; ma il 2 aprile ’70, la Corte di Appello di Berlino annullò la sentenza dichiarando prescritti i reati e mandò liberi i condannati.


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