Una brutta storia nella guerra civile 1943-45

di Almerico Realfonzo

Vogogna

 

 

Del libro di Luigi Pellanda L’Ossola nella tempesta[1], più volte  consultato quando scrissi I giardini rosminiani[2], mi erano sempre sfuggite le poche righe sull’uccisione della moglie e la figlia di Luciano Gavazzi, ufficiale fascista caduto in Africa nel ’41, medaglia d’oro alla memoria. Ben strana distrazione, la mia, dacché Luciana Gavazzi  era il nome di una cara ragazza, diciottenne quando la conobbi in Val Formazza alla vigilia della Repubblica partigiana dell’Ossola, l’estate del ’44, con la quale  mi accompagnai per qualche mese,  per poi non più vederla, né sentirla né sentirne parlare fino all’estate dello scorso 2015. Stava nell’hotel San Michele, nell’omonima borgata che con Alla Chiesa, che la precedeva, ed Al Ponte, che la seguiva, formava l’abitato dell’altopiano di val Formazza dove mi ero rifugiato per sottrarmi ai rischi di Domodossola tesa come una piazza assediata.[3]. Settantuno anni dopo ho appreso dal libro della Maimeri Paoletti,  La staffetta azzurra[4], che Luciana e la madre, che la Maimeri conosceva da prima del 1943 e che taluno ancora oggi ricorda, vivevano all’Hotel Terminus, chiamate dai fascisti a Domodossola “quali rappresentanti del fulgido eroismo del loro congiunto” presenziando in tale ruolo “a qualsiasi manifestazione, grande o piccola che fosse, alle adunate, ai saggi ginnici, ai ludi […], due figure patetiche, sbandierate qua e la, sempre in mostra, sempre in divisa” ed alle quali era  dovuto il massimo rispetto ed il saluto fascista. Insomma, nella temperie della guerra e della guerra civile, le due Gavazzi avevano accettato il ruolo di icone del superstite fascismo, appoggiandosi ai rappresentanti della Repubblica di Salò e sfruttando con qualche espediente il loro ruolo. Sparite dall’Ossola con la Repubblica partigiana, vi tornarono con la riconquista nazifascista, confinate, però, in un patetico ruolo del tutto marginale giacchè “i tempi delle manifestazioni erano passati, non servivano più, ai tedeschi poco importavano ed erano state messe da parte […]. Non stavano più al Terminus  […]” e “giravano per locande di paese”, scrive la Maimeri, lasciando talora insoluti i conti, per approdare, isolate e patetiche, al Leon d’oro  di Vogogna, una locanda dalla buona cucina e le povere stanze.

Quanto ai rapporti con i partigiani durante il periodo del loro successo, di necessità ambigui e forse  concordati con i fascisti, in una nota de L’Ossola nella tempesta vi è cenno alla vicenda del partigiano Orlando Corani da Vogogna, che, ferito dai tedeschi nel loro vile tiro a segno del 17 ottobre 1944, quando la  cabina della funivia Goglio-Devero occupata da un gruppo di partigiani in ritirata verso la Svizzera fu bersagliata dal fuoco di un manipolo tedesco che ne uccise quattro costringendo altri a lanciarsi nel vuoto per salvarsi. Ricoverato all’ospedale di Domo per l’amputazione di una gamba in cancrena, il Corani dimesso potè tornare a casa mercé l’aiuto delle Gavazzi anziché essere incarcerato a Novara e, restato in mano tedesca, finire in un qualche lager o ucciso[5]. La testimonianza del Corani fu citata da Paolo Bologna ne Il prezzo di una capra marcia[6] dove si lesse che  il chirurgo che operò il partigiano prendendo tempo, lo avvertì che fatalmente sarebbe finito nel carcere di Novara se non avesse conosciuto qualcuno in grado di aiutarlo ed il ragazzo, che sapeva delle Gavazzi, fasciste saloine che tuttavia “cercavano di aiutare quelli di Vogogna”, tramite un’amica le fece informare della sua sorte sicchè qualche giorno prima di Natale la signorina Gavazzi, “che fra parentesi era una gran bella ragazza” andò a prenderlo in ospedale e lo portò a casa “su un camion scortato dalla Milizia”[7]. Nonostante questo genere di meriti “una notte” scrive Pellanda, le due donne “furono prelevate dalla loro casa, fatte salire circa un’ora sopra Vogogna e uccise”[8]. A sua volta il Corani scrive che tempo dopo la sua vicenda  un gruppo di partigiani o sedicenti tali” scese a prelevare le due Gavazzi, le portò in montagna e, violentata la figlia, “le uccise malamente”[9]: una testimonianza che, tra l’altro, comprovò la tempra morale di Paolo Bologna che non esitò a pubblicarla confermando gli alti meriti di obiettività e assenza di convenzioni agiografiche e sentimentali del suo libro rilevati da Gianfranco Contini nell’introduzione all’edizione del ’75.[10]

I dati sul rapimento e l’uccisione delle Gavazzi talora contrastano. Tracce della loro breve storia si rinvengono in fonti documentarie attuali: così, ad esempio,  i cenni storici su Pieve Vergonte che si leggono in Wikipedia[11] e  nella lista  di “Caduti e dispersi della Repubblica Sociale Italiana”curata da “L’altra verità” che si legge su Internet danno il luogo dell’uccisione di Rosina e Luciana Gavazzi in Pieve Vergonte alla data del 21/02/1945, data da me accertata col ritrovamento del giornale La Provincia di Como del 22 febbraio 1945. Infatti, in un articolo pubblicato col titolo “La vedova e la figlia della medaglia d’oro Gavazzi assassinate dai ribelli” si legge la notizia:” Domodossola 21. Un gruppo di ribelli ha catturato nei giorni scorsi in Omegna la vedova e la figlia minorenne di Luciano Gavazzi e le ha freddamente assassinate”[12]. In un altro caso nella  lista Donne uccise dai partigiani in Provincia di Novara, pubblicata su Internet dal Circolo culturale “Comandante R.Zurlo”, Novara, è indicata in Montecrestese alla data del  7 aprile 1945[13].

Importante fonte memorialistica è, infine, il già citato libro della Maimeri Paoletti  La staffetta azzurra, dov’è asserito che una sera corse voce che, mentre tornavano dalla solita passeggiata pomeridiana, le Gavazzi erano state prelevate dai partigiani, portate in montagna e uccise. “Sono stati gentili i partigiani, non hanno voluto nemmeno che si spaventassero. Le avevano trattate bene, le hanno riaccompagnate verso il paese, hanno detto che erano libere, che potevano tornare a casa, e mentre queste si avviavano giù per il sentiero, felici, unendosi al canto dei loro accompagnatori, le avevano freddate con una sventagliata alla schiena. Non potevano lasciarle libere, ma non hanno voluto che soffrissero, che capissero. Bravi, vero?”[14]: così diceva la voce “maledetta” come la definisce la Maimeri che ne prova rabbia, disgusto, vergogna, ed, a mostrare l’accidia di quell’uccidere lasciando insepolte le vittime,  conclude “Qualcuno le ha trovate lungo un sentiero sopra il Ronco della Chiesa. Sono state portate al cimitero e sepolte di nascosto in due tombe anonime, vicine. Vicine da morte come lo erano state da vive”[15], ed è questa la nota, collimante con quanto ho potuto accertare,  che indica il luogo dell’uccisione delle due donne in Vogogna.

   La Maimeri accenna alla violenza carnale di cui parla Corani: “Le solite voci ora dicono che sono state violentate, ora dicono che stanno bene, che presto saranno liberate”[16],  chiama Rosina la figlia (non la madre che dice chiamarsi Laura Pogliani[17]), indica nel  16 gennaio ’45[18] la data dell’uccisione anziché nel 21 febbraio accertata, insomma taluni dati sono diversi da quelli citati, è si pronunzia sull’ipotesi che gli assassini potessero essere dei sedicenti partigiani, anzi nel citare la voce ricorrente la sera dell’uccisione parla di partigiani, ammette meritoriamente che qualche nome possa non essere giusto e che lo spazio di quasi sessant’anni tra eventi e racconti del suo libro possa aver confuso tempi, nomi e luoghi[19] e salva la dolente figura di una ragazza “che aveva nel fondo”, come in realtà mostrava la mia amica Luciana, “un che di triste”, che nel mio ricordo si accompagnava alla speranza di una vita normale che non ottenne.[20]

 

Almerico Realfonzo, marzo 2016

 

 



Note

[1] Luigi Pellanda, L’Ossola nella tempesta, Grossi, Domodossola, 1985. Ivi le note sulle due Gavazzi, moglie e figlia, del seniore della Milizia  Luciano Gavazzi, , comandante di battaglione CC.NN. caduto nel 1941 durante la guerra in Africa Orientale, medaglia d’oro al valore militare alla memoria, alle pagine 118-119 e 168.

[2] Tale il clima di Domo dal rastrellamento della Valgrande. Cfr.Almerico Realfonzo, I giardini rosminiani, Dante & Descartes, Napoli, 2008, col patrocinio dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, riedito ne I giorni della Libertà, Mimesis, Milano, 2013. 

Nel libro i miei eterni viaggi in pullman per raggiungere Ponte.

[3] I giardini rosminiani, cit. pp.59 ss.

[4] Ester Maimeri Paoletti, La staffetta azzurra, Mursia, Milano 2002. Ivi i riferimenti alle Gavazzi, madre e figlia, alle pp.152-58.

[5] L.Pellanda, L’Ossola nella tempesta, nota 22 pp.167-68.

[6] Paolo Bologna, Il prezzo di una capra marcia, Grossi, Domodossola, 1989, p.168: il bel libro che ho voluto ricordare in un articolo (Paolo Bologna, partigiano e storico) pubblicato alla morte di Paolo sul giornale online napoliontheroad e ripreso nel periodico Nuova Resistenza Unita dell’Associazione Casa della Resistenza, XV, 9

[7] P.Bologna, Il prezzo di una capra marcia, cit.p.168.

[8] L.Pellanda, L’Ossola nella tempesta, p.118-19 nota 22 pp.167-68.   

[9] P.Bologna, Il prezzo di una capra marcia, cit.p.168.  Dunque anche  il testimone citato da Bologna parla di partigiani o di sedicenti partigiani , un’ipotesi che non ho ragioni o mezzi per confutarla o confermarla, salvo  notare che la presenza di banditi avrebbe comportato la correità delle formazioni partigiane e del CLN nel tollerarla; non diversamente si è imputato al governo della RSI la responsabilità delle devianze criminali diffuse tra sue formazioni militari. Quanto alle tradizioni locali,  sarebbe risibile (o forse no?) notare come briganti fossero stati nemici di sempre nella storia delle vie alpine (vedi, ad esempio, i traffici sulla via del Sempione, XIX secolo). Anche il Corani assume che i rapitori prima violentarono la ragazza e poi uccisero entrambe le donne.

[10] Gianfranco Contini, Un saluto a questo libro, ne: Il prezzo di una capra marcia, cit., p.XI ss. All’alto esempio di Paolo Bologna mi conformo anch’io.

[11] Dati wikipedia, Pieve Vergonte: l’enciclopedia data al 21 febbraio 1945 la fucilazione a Pieve Vergonte  di Rosina e Luciana Gavazzi. La nota comprende anche la motivazione della decorazione postuma a Luciano Gavazzi caduto, come ho detto, in Africa Orientale nel ’41 (Uolchefit, A.O., aprile-agosto 1941).

La data conferma quella indicata come possibile in questo testo, ed è quella che ritengo accertata.

[12] Nel testo integrale dell’articolo comparso ne La Provincia di Como, nr.53,  giovedì 22 febbraio 1945 XXIII, dove XXIII sta per XXIII dell’Era fascista si legge, col titolo “La vedova e la figlia della medaglia d’oro  Gavazzi assassinate dai ribelli” la notizia:” Domodossola 21. Un gruppo di ribelli ha catturato nei giorni scorsi in Omegna la  destato in tutta la provincia un’impressione indicibile di angoscia e di raccapriccio. Luciano Gavazzi, tra i primi squadristi del Novarese, superba e pura figura di devoto alla Patria, aveva partecipato, volontario, alla conquista dell’Impero e ivi era caduto in disperata resistenza con tale fulgore di eroismo da meritare la medaglia d’oro al valor militare concessa nell’ottobre del 1941 e che era stata dal Duce stesso appuntato sul petto della vedova nell’ultima giornata dell’Impero celebrata in Roma.

Le due desolate donne si erano poi ritirate a vita privatissima e modesta. Il loro olocausto, mentre completa la dedizione sacrificale  di tutta la famiglia Gavazzi alla causa della Patria, arricchisce tragicamente gli annuali del ribellismo di un episodio di una raccapricciante ferocia”.

La data non è indicata, ma va collocata al 21 febbraio 1945 o nei giorni immediatamente precedenti.

Nel testo l’uccisione delle Gavazzi a Omegna anziché in Vogogna come scrive Pellanda  o Pieve Vergonte  (wikipedia: Pieve Vergonte secolo XX).

[13]Elenco Caduti e dispersi della Repubblica Sociale Italiana, a cura  di  “L’altra Verità”. Testualmente è scritto, tra i nomi dei caduti: Gavazzi Luciana, Civile, Figlia di decorato MO.VM, di Luciano, di anni 19, resid. a Pieve Vergonte (VB) F 21/02/1945 Pieve Vergonte  NO e Gavazzi Rosina, civile, vedova di decorato MO.VM, resid. a Pieve Vergonte (VB) (cognome da coniugata), F, 21/02/1945 Pieve Vergonte, NO (dove la sigla F sta per fucilata).

[14] La staffetta azzurra, cit. Sulla sequenza omicida cfr  X Capitolo, significativamente denominato Questo no, pp.152-58.

[15] La staffetta azzurra, cit.p.157.

[16] La staffetta azzurra, cit.p.157.

[17] La staffetta azzurra, cit.p.158.

[18] La staffetta azzurra, cit.pp.158.

[19] La staffetta azzurra, cit.pp.9-11 e 259.

[20] A concludere questa nota dirò che della Luciana Gavazzi che conobbi conservo una sua fotografia scattata a S.Michele di Val Formazza, che non ho ritenuto opportuno pubblicare in questo testo per l’estrema ipotesi potesse essersi trattato di una incredibile omonimia nei luoghi dati e nelle circostanze storiche verificatesi.

 

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