Paolo Bologna, partigiano e storico

 

Paolo Bologna in una cerimonia alla Casa della Resistenza di Fondotoce, Verbania

di Almerico Realfonzo

 

A Domodossola nel 1943 Paolo, quindicenne, frequentava il mio stesso ginnasio-liceo Rosmini, non la mia classe perché più giovane di un anno. Io non lo ricordo come non ricordo i compagni di scuola per essermi presto ritirato dal liceo visto il divario tra la preparazione della classe e la mia ignoranza accumulata tra il ‘40 e il ‘43 a Napoli sconvolta dalla guerra come una città assediata, le lezioni pressoché quotidianamente interrotte dagli allarmi, i corsi chiusi mesi prima della regola, le promozioni automatiche. Però al Rosmini continuai a recarmi alle maieutiche lezioni private fisico-matematiche di Alberto Masani, che poi divenne un famoso astrofisico e ordinario al Politecnico di Torino.

A Domo stavo con i miei all’Albergo Milano  ed avevo trascorso i giorni tra il nostro arrivo a metà agosto e fine settembre vagando incuriosito per le strade, col risultato di conoscere qualche ragazzo; sopravvenute, poi, le piogge incessanti dell’autunno-inverno, luogo di più agevoli occasioni amicali era divenuto il piccolo cinema dell’Albergo, un lascito dell’antico Politeama Catena che i ragazzi affollavano ogni pomeriggio. Come, dunque, sia accaduto che non conobbi Paolo, amico di miei amici,  e che abbia dovuto attendere, per incontrarlo, l’ultima stagione della nostra vita, non so dire, ma quando lo conobbi pochi anni orsono, malgrado si trattasse dell’incontro di due anziani, riservati signori, accadde come succede alle amicizie giovanili facili ad accendersi e, se la sorte le spegne, indimenticate.

Paolo, quando lo incontrai sul viale della Stazione il mattino del 2009 fissato per un appuntamento in un baretto a metà strada, lo riconobbi subito un po’ per l’età ma soprattutto per l’aspetto severo che mi aspettavo nel volto di un antico partigiano, studioso e scrittore di storia patria. L’occasione era stata l’uscita de I giardini rosminiani, un mio memoriale sul ’43 -45, seguita dalla decisione, suggeritami, di rivolgermi a lui benchè non lo conoscessi, per aiutarmi a donare il libro alle scuole di Domo. Non so dire se di me gli avesse anche parlato l’unica superstite tra le amiche domesi di mia sorella, che risentii al telefono dopo sessantacinque anni e mi disse che Paolo si era intensamente impegnato a darmi una mano, col suo tipico fare discreto e concreto.

Di questo parlammo, incontrandoci, e della possibilità di presentare il libro a Domo ed a ‹‹La Fabbrica di Carta›› di Villadossola, come poi accadde, e fu alla presentazione domese che tennero Lui, il Sindaco Michele Marinello, Francesco Zorini e Pier Antonio Ragozza il 23 aprile 2009, che pensai a un convegno napoletano sulla Repubblica Ossolana. Organizzato, poi, dall’Università “L’Orientale” con l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza presieduto da Guido D’Agostino,  il convegno ‹‹L’esperimento di democrazia della Repubblica partigiana dell’Ossola›› si tenne  il 19 aprile 2010 nel palazzo Du Mesnil, rettorato dell’Ateneo sul lungomare tra Castel dell’Ovo e Mergellina. Paolo vi presentò una relazione sull’amministrazione della giustizia durante la “Repubblica”, altre relazioni le tennero il Preside de “L’Orientale” Amedeo Di Maio, Mauro Begozzi, Pier Antonio Ragozza e Francesco Omodeo Zorini dell’Istituto Storico della Resistenza “Piero Fornara” di Novara, e gli storici napoletani, Guido D’Agostino, della “Federico II”, Luigi Mascilli Migliorini de “L’Orientale”, Eugenio Capozzi di “Suor Orsola Benincasa”; Andrea Geremicca, che all’epoca della “Repubblica” viveva in Ossola, portò la sua testimonianza. Gli Atti furono poi pubblicati, con altri apporti e l’assenza del contributo di Geremicca purtroppo scomparso, nel bollettino 2011 dell’Istituto Campano, Resistenza/Resistoria, col titolo ‹‹La Repubblica prima della Repubblica. Val d’Ossola 1944: democrazia repubblicana alla prova››.

A Napoli  “L’Orientale” ospitò gli amici domesi e novaresi in un albergo in Via degli Alabardieri, a due passi da Piazza dei Martiri dove sorgono la colonna dedicata ai caduti per la libertà, il Palazzo Partanna costruito per Lucia Migliaccio, poi moglie morganatica del Re Ferdinando di Borbone, il Palazzo Calabritto ristrutturato da Vanvitelli, il Palazzo Nunziante  col bel giardino. Confina col giardino la via di Cappella Vecchia sede della residenza  del ministro inglese a Napoli Sir William Hamilton, marito della splendida Emma e discreto ospite del di lei amante,  l’Ammiraglio Horatio Nelson: una congerie di personaggi e di intrecci che solo un’antica capitale poteva offrire ad ospiti particolari. La piazza fu, col lungomare al tramonto a fine convegno e il parco della villa Floridiana il mattino dopo, tra i pochi luoghi topici della città che i nostri amici videro nei due giorni trascorsi con noi, insieme ad uno scorcio serale di via Monte di Dio, propaggine del luogo della fondazione di Partenope ventisei secoli fa, dov’è la mia casa.

            Dopo il convegno napoletano ci fu la presentazione degli Atti nella “Casa della Resistenza” a Verbania il 27 ottobre 2012, un giorno attristato da nebbia e pioggia sul luogo già di per se triste della fucilazione dei 43 di Fondotoce. Li speravo di rivederlo ma Paolo non potè venire a causa del male che poi l’ha spento, né a me riuscì possibile raggiungerlo a Domo. Seguì qualche breve chiacchierata telefonica nel 2013 e finalmente lo rividi, il 26 novembre di quell’anno, quando tornai a Domo con mia moglie e lui ci accolse nella sua bella casa. Dopo di allora l’ho soltanto sentito al telefono ripromettendomi di tornare nell’anno anniversario della “Repubblica”, come, purtroppo non mi è riuscito. C’è stata soltanto, alla fine, un’ultima conversazione dopo che, a dicembre, ebbi letto una sua cartolina di auguri che terrò cara: “La mia salute è  sempre quella. Sopravvivo” vi è scritto “come sopravviviamo tutti in questo mondo di ladri, violenti, di crisi. Dicono che la speranza non muore mai, almeno quella. Dunque speriamo”.

           

Prima di ricordare, come potrò, i suoi lavori che ho letto, pochi tra i tanti scritti di Paolo ma sufficienti a confermarmi il valore morale e culturale di un uomo particolare, mio amico settant’anni dopo le perdute occasioni giovanili, un cenno alla sua esperienza partigiana, compiuta sedicenne in difesa della Repubblica dell’Ossola.  Mi scrive Ragozza che Paolo appartenne ad un piccolo gruppo di adolescenti che, durante l’occupazione nazifascista, sgorbiavano o rimuovevano i cartelli tedeschi a rischio della pelle, del che ho un remoto ricordo, e che alla caduta della Repubblica fece parte dell’ultima retroguardia della “Valtoce” (la Divisione di Alfredo Di Dio “Marco” caduto a Finero il 12 ottobre ’44, un gelido mattino di nebbia e pioggia)  costretta a ritirarsi sulla linea Punta di Migiandone-Bettola, nella zona di Ornavasso, sotto il fuoco di artiglieria nemico. E mi dice che Paolo portò in spalla un garibaldino ferito e fu lui stesso colpito da schegge ad un braccio, del che non ebbe mai a parlare: episodi dei quali non sapevo nulla e che depongono per un vivere antitetico ai tempi materialistici che corrono.

Tra le opere di Paolo che conosco, Il prezzo di una capra  marcia nella 3^ edizione che comprai nel ’90 da Grossi, nell’occasione del primo  viaggio a Domo con Maria Carla e il nostro figlio minore, Il paese del pane bianco curato da Paolo, ‹‹l’amarcord collettivo››, come lo chiamò, dei piccoli profughi domesi in Svizzera alla caduta della Repubblica partigiana, E per tutti il ritorno non fu, sul restauro del Parco della Rimembranza di Domo, che Lui regalò a Maria Carla ed a me il 25 aprile del 2009, già chiamandoci “cari amici”, e poi qualche suo scritto dalla relazione Testimonianze sulla Repubblica dell’Ossola: l’amministrazione della Giustizia pubblicata nel 1989 negli Atti del Seminario svoltosi nel 1984 a cura del Distretto Scolastico di Domodossola, al più recente saggio Gli ultimi giorni della ‹‹Repubblica›› pubblicato nel libro curato da Angelo Del Boca, La ‹‹Repubblica›› partigiana dell’Ossola edito nel 2004 dal Centro Studi Piero Ginocchi di Crodo.

Tra questi lavori e qualche  altro non citato, quello sul quale mi fermo, a chiudere, è Il prezzo di una capra marcia che forse più degli altri mi ha interessato per le testimonianze orali che Gianfranco Contini descrive, nella preziosa prefazione, come ‹‹raccolte col magnetofono,  trascritte, ritoccate e abbreviate nel complesso con sobrietà››: un modo che postula la capace regia e la sapienza selettiva del curatore che ha proposto, chissà fra quanti documenti, un’antologia di racconti significativi esenti da ‹‹convenzioni agiografiche e sentimentali›› e aderenti all’istanza realistica degli accadimenti attestati, come esigenza memorialistica e carattere peculiare della cultura popolare di quei narratori, nella loro maggioranza proletari e piccolo-borghesi.

Colpisce anche la raccolta di fotografie col loro bianco-nero sfocato, i ritratti di persone di quei tempi,  partigiani e fascisti e gli stessi soldati tedeschi armati e vestiti con quella loro speciale efficienza e “modernità” rispetto ai nostri, e i borghesi che varcano o hanno varcato il confine con la Svizzera: breve diario evocativo di un’epoca grigia, remota ma indimenticata per chi l’ha vissuta.

 

Marzo 2015           

Condividi su Facebook