Il Vallo di Diano e la tutela del territorio

Segnalazione di merito al 2° Premio di Giornalismo "Francesco Bruno"

Ascea, Maggio 2004

di Irene Quaresima

Tra il Cilento e i Monti della Maddalena, ai piedi dell'Appennino Lucano, si estende una conca pianeggiante dalle caratteristiche idrografiche e morfologiche tali, da essere oggetto di un vasto dibattito verso la fine del Diciannovesimo secolo: il Vallo di Diano. Questo, insieme alle aree paludose ampiamente diffuse nell' Italia Meridionale, era annoverato tra quei luoghi malsani che favorivano la diffusione delle febbri malariche.

Ridotto alla condizione di valle asciutta, esso era stato coltivato per tutto il corso dell'età moderna, ma le periodiche inondazioni del fiume Tanagro compromettevano, talvolta, sia la produzione agricola, sia la salubrità dell'aria: le acque, infatti, non erano smaltite con sufficiente rapidità, tanto da poter perdurare nel vallo anche tre o quattro mesi, fino a creare un lago di acque putride e stagnanti. Le prime teorie igieniste di fine Ottocento e l'alto tasso di mortalità nel Mezzogiorno, dovuto alla malaria, imposero alle classi dirigenti di verificare quali fossero le reali condizioni del Paese e di trovare opportune soluzioni, benché si rendesse necessario scegliere tra il bene comune e le attività produttive locali. La disfatta venne determinata proprio dall'aspetto economico delle scelte da adottare: mentre la salubrità dell'aria non avrebbe dato risultati concreti, in termini di ricchezza, percepibili nel breve periodo, le attività produttive potevano garantire profitti immediati. La tradizione vuole che tale conca subisse un totale prosciugamento attraverso l'apertura di un emissario a valle, detto il fossato di Maltempo, tuttavia mentre il Cassese documenta che tale impresa venne effettuata ai tempi dei Romani, secondo una congettura di natura empirica, il lago si sarebbe prosciugato progressivamente e lo sbocco del Maltempo, depresso rispetto al livello del fiume, sarebbe diventato il luogo finale del deflusso.

Nel Vallo erano situati 14piccoli comuni e si comprende quanto sia stata crescente la pressione delle popolazioni nei confronti del potere regio e delle amministrazioni periferiche, affinché si trovasse una soluzione definitiva alle continue inondazioni, che danneggiavano periodicamente i raccolti e generavano luoghi idonei alla proliferazione delle larve Anofele - dal greco anopheles, dannoso - ovvero di quel particolare genere di zanzare che per inoculazione può trasmettere, ancora oggi, il virus malarico all'uomo. Le uova di anofele, infatti, vengono deposte, staccate le une dalle altre, in acque chiare, ossigenate e a debole corrente, le larve che ne derivano si nutrono di microrganismi e detriti organici presenti nelle acque stagnanti.

Fu nel 1784 che gli sforzi di sistemazione del corso del fiume Tanagro, tentati a più riprese nel corso dell'età moderna, presero nuovamente forma in un serio e impegnativo piano di soluzione: su progetto dell'ingegnere Giuseppe Pollio si decise allora di scavare un altro canale che desse al tratto terminale del Tanagro un corso più rapido e regolare, al fine di evitare i costanti allagamenti del Vallo di Diano.

Tuttavia quell'intervento bonificatore di fine Settecento non può essere considerato risolutivo dei problemi idrografici del Vallo, si trattava di un intervento che normalizzava il deflusso delle acque, ma non poteva difendere l'intera area dalle piogge eccezionali e dai processi di usura del suolo, tipici di quel territorio: le sponde del fossato Maltempo, infatti, erano costituite da materiale in gran parte argilloso,

quindi, facilmente soggette a erosione. Tali svantaggi di ordine naturale erano poi accresciuti dalle pressioni della popolazione che aumentava di anno in anno e che utilizzava in modo sempre più esteso e intensivo il suolo a fini agricoli.

Anche le riforme che vennero introdotte nel decennio francese non giovarono alle condizioni del territorio: furono infatti liberati da vecchie esazioni feudali contadini, braccianti e fittavoli che ora guadagnavano una maggiore possibilità di sfruttamento della terra, talvolta esercitata anche attraverso il disboscamento, per ottenere una più cospicua estensione. L'azione di disboscamento non fu, in realtà, particolarmente distruttiva, ma all'interno di equilibri naturali precari potevano verificarsi esiti non controllabili.

L'opera di bonifica, in sostanza, non poteva assumere in quella zona caratteri di soluzione radicale ma doveva essere un'attività costante, che richiedeva all'interno del Vallo un impegno e una presenza quasi permanente. Nel 1830 l 'opera di bonifica uscì dai lavori riparatori e occasionali, per assumere i connotati di un progetto di più ampie dimensioni: l'apertura di un nuovo canale, per ricevere gli scoli delle pianure adiacenti e delle basse campagne. Dal punto di vista tecnico la bonifica fu un successo, tuttavia aveva anch'essa dei limiti e per durare aveva bisogno di vigilanza e manutenzione, ma tali problematiche non trovavano un'immediata soluzione nell'organizzazione sociale e nelle solidarietà collettiva.

Diversamente che nell'area padana, le popolazioni che vi abitavano avevano un rapporto episodico con il fiume: i corsi d'acqua non erano, in quella porzione di terra, una presenza centrale nella vita di uomini e donne; nessuno viveva delle risorse spontanee che la natura offriva lungo gli argini e per questa ragione la custodia delle sponde venne assegnata ad un privato. L' ingegner Germanico Petrelli fu dunque incaricato di tale compito, egli, inoltre, doveva impegnarsi a munire le sponde dei canali di piantagioni, da cui avrebbe dovuto trarre il denaro necessario alle spese di manutenzione.

Come previsto da un documento del maggio 1834, Patti e Condizioni, stilato dello stesso Ingegnere e dai dirigenti del Corpo di Ponti e Strade, egli aveva l'obbligo di coltivare, a proprie spese, gelsi e pioppi, lungo la linea di confine che divideva lo spazio dei privati e quello di pertinenza dell'Opera di bonifica. Egli doveva, poi, impegnarsi a coltivare un imprecisato numero di salici, lungo il bordo estremo delle sponde e a reclutare, nominare e pagare appositi custodi, che dall'Amministrazione avrebbero ricevuto, come ricompensa, la patente di guarda canali. Il contraente aveva, tuttavia, il diritto di godere del raccolto annuale della fronda di gelso, del taglio periodico dei pioppi adulti e del raccolto delle erbe spontanee, da effettuare per via di taglio, e non con il pascolo; il resto del prodotto delle coltivazioni era a beneficio dell'Opera di bonifica.

In sostanza l'appaltatore doveva provvedere alla manutenzione del canale, l'Opera di Bonifica, ovvero il Corpo di Ponti e Strade, doveva curare la manutenzione del Fossato di Maltempo, mentre i canali più piccoli erano affidati ai singoli appaltatori dei lavori di costruzione.

L'accordo tra l'ingegner Petrelli e l'Amministrazione venne tuttavia ratificato con molto ritardo, rispetto all'urgenza del provvedimento, questo perché non tutti gli organismi della monarchia erano interessati ad un progetto risolutivo per questioni che non riguardavano direttamente gli interessi dell'ambiente regio e per i quali si sarebbero potuti adottare provvedimenti temporanei. Il 28 Agosto del 1835 la Corona non approvò che la l'appalto di custodia e manutenzione del canale fosse dato all'ingegner Petrelli e nel febbraio dell'anno successivo la Direzione Generale del Demanio rivendicò la proprietà di argini, banchine e golene; a tal proposito si sostenne più avanti che non si intendevano incamerare la banchine materialmente, bensì il prodotto della vendita delle piantagioni di gelsi, salici e pioppi che vi si trovavano. L'approvazione degli accordi arrivò soltanto nel maggio 1836, ma quando il Petrelli condusse un sopralluogo decise di rinunciare, a causa delle condizioni malsane in cui versava l'intera area; poco tempo dopo, per via delle numerose sollecitazioni del ministero degli Interni, l'ingegnere accettò l'appalto, che tuttavia prevedeva clausole ben diverse rispetto a quelle stabilite nel 1834.

Il 17 maggio 1838 il Petrelli entrò in possesso del canale, ma la vicenda non trovò una soluzione definitiva a causa delle numerose lamentele dei proprietari, sui quali gravavano parte delle spese: il rancore fiscale, infatti, si espresse attraverso episodi di danneggiamento delle sponde o delle piantagioni.

L'opposizione dei proprietari, che talvolta si esprimeva informe estreme, quali l'enfatizzazione delle condizioni vantaggiose cui aveva goduto l'agricoltura prima della bonifica, e che, in sostanza, aveva come obiettivo colpire la presenza di un privato, che imponeva delle regole su terre prima accessibili da chiunque, e ne godeva individualmente i frutti, portò il Petrelli a chiedere lo scioglimento del contratto.

I fatti lasciavano presagire un abbandono dei lavori di manutenzione e il ritorno del Vallo di Diano alla precedente condizione di disordine idraulico. Il Petrelli si muoveva ormai verso un definitivo disimpegno dai vincoli del contratto e a causa dei conflitti tra gli appaltatori e l'amministrazione gran parte del Vallo finì, in poco tempo, in un completo stato di abbandono. Nell'aprile del 1856 la lunga controversia terminò ancora una volta con la vittoria degli interessi dei privati, piuttosto che il bene pubblico.

Ogni intervento di risanamento del territorio spettava dunque ai privati, ai proprietari, agli agricoltori e non doveva coinvolgere il potere pubblico centrale, ma nessuna iniziativa privata avrebbe mai provveduto da sola, perché nessun imprenditore vi avrebbe mai trovato un'opportunità di guadagno. Il problema delle paludi era ad ogni modo destinato a scomparire anche dalla tradizione giuridica, con la legge del 20 marzo 1865 non più era previsto, infatti, alcun intervento in materia di bonifica; e tale provvedimento sanciva la cancellazione dell'interesse, da parte del ceto politico, per una migliore conoscenza del territorio meridionale.

La liberazione dagli obblighi e dagli oneri della bonifica, significava, dunque, il ritorno all' individualismo e alle frequenti inondazioni del Vallo di Diano.

Nella notte tra il 10 e l'11 ottobre 1867 la pioggia fece straripare tre torrenti che si scaricarono nel Tanagro per un vasto tratto, spingendolo violentemente fuori dagli argini: era il segnale più eloquente di un ritorno all'alterno ed imprevedibile corso delle periodiche inondazioni.

 

Segnalazione di merito al 2° Premio di Giornalismo "Francesco Bruno"

Ascea, Maggio 2004

 

 

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