ARRIVANO I MOSTRI

Real Madrid –  Napoli

da "L'eleganza del ciuccio" di Gianni Puca

Venti maggio del duemila e dispari. Santiago Bernabeu. Madrid.

Andammo incontro alla vendetta con lo scuolabus. Lo so, è strano parlare al passato di un avvenimento che si è verificato nel futuro, ma non hanno ancora creato un tempo idoneo per parlare di un avvenimento già verificatosi nel futuro. E quindi mi arrangio con i tempi che conosco, e se per caso trovate coniugazione diverse, anche all’interno della stessa frase, non ci fate caso.

Era da quel giorno che aspettavamo questo giorno. E da allora tanti giorni sono passati. Ma certi dolori non si prescrivono. Quel pugnale è ancora conficcato nel cuore di tutti i napoletani che dopo il goal di Francini ci avevano creduto. Quello della MA-GI-CA è stato forse il Napoli più forte di tutti i tempi e, davanti a 83.827 spettatori, per quarantacinque minuti, aveva messo sotto il grande Real. Ma proprio all’ultimo minuto del primo tempo arrivava la stilettata di Butragenõ, lanciato in area da Hugo Sanchez, servito da Michel, al quale aveva regalato il pallone proprio Giovanni Francini, il migliore in campo. La vendetta, si sa, è un piatto che va servito freddo. La nostra, qualora si fosse consumata, sarebbe stata gelida. 

Il Destino aveva provato a scoraggiarci. A me avevano rubato la macchina nuova fuori alla caserma dei carabinieri dove mi ero recato per denunciare il furto dell’autoradio; Maurizio aveva lasciato la marmitta della Regata in una buca a via Marina e ad Aldo era fallito il tentativo di furto temporaneo del furgone di un suo vicino, perché aveva scoperto che quest’ultimo, da quando si era separato dalla moglie, era costretto a dormire nell’abitacolo dell’unico bene che gli era rimasto.

Lo scuolabus, tecnicamente, neppure era nostro. Aldo, insegnante e autista della scuola media “S.Giuliano di Forcella” aveva pensato che nessuno si sarebbe accorto se non faceva il solito giro per il quartiere dove riusciva a raccattare in media solo due baby-spacciatori al giorno. 

Aldo si sentiva abbastanza in colpa per quello che tecnicamente poteva anche essere considerato un furto, ma il fine giustifica i mezzi, compresi quelli di trasporto. E quel mezzo di trasporto, per noi, era fondamentale.

Impiegammo tre giorni per arrivare qui, anche perché Maurizio aveva problemi di prostata ed eravamo costretti a fermarci a quasi tutti gli autogrill esistenti sulla Napoli - Madrid. Aldo, ad ogni sosta, approfittava per prendere una camomilla doppia, corretta al valium. La tensione cominciò ad aumentare in maniera esponenziale appena superammo Caianiello, che per noi napoletani rappresenta il confine tra la Campania e il resto del mondo. Io, invece, ero come sospeso nell’aria, e non solo perché drogato dall’arbre magique al profumo di cannabis, che un ragazzino aveva venduto ad Aldo, spacciandolo per altro. Sembrava tutto un sogno, ma ero convinto che da un momento all’altro mia moglie, che si era avviata in viaggio di nozze da sola, prima o poi sarebbe venuta a svegliarmi. Ah, avevo omesso questo piccolissimo dettaglio. Io mi ero sposato il giorno prima della finale di Champions. In teoria, anziché a Madrid dovevo essere in Polinesia con lei, ma il matrimonio era stato organizzato tre anni prima. Voi lo sapete no, come funziona? Per questa incombenza occorre prenotare chiesa, ristorante e viaggio almeno un paio di anni prima. E poi dopo che hai pagato pure bomboniere e fotografo come fai a disdire? Come glielo spieghi a Lei che hai aspettato tutta la vita quel giorno? Non quello del matrimonio, ovviamente. E come fai a farle capire che non puoi mancare a quell’appuntamento con la storia? Molto più semplice simulare un rapimento, inviandole un biglietto anonimo in aeroporto tramite una hostess. Sul biglietto, ovviamente, avevo intimato a mia moglie di non avvisare la polizia e di avviarsi da sola a Bora Bora, dove l’avrei raggiunta di li a qualche giorno. A titolo di riscatto, mia moglie dovette consegnare alla hostess le buste del matrimonio, anche perché avevo minacciato di rispedirmi a casa a rate. Maurizio e Aldo mi vennero a prendere con lo scuolabus all’aeroporto di Capodichino, e partimmo verso la vendetta. Per tutto il viaggio nessuno dei tre disse una sola parola, per una questione di scaramanzia. Ad eccezione di Maurizio, che appena arrivammo al casello di Madrid nord, come se si fosse risvegliato dal coma, esclamò: “Io vorrei vincere solo per un motivo. Perché io a quello lo schifo troppo. E vorrei vedere la sua faccia sofferente mentre alziamo la coppa”. Quello che schifava troppo, ovviamente, era l’allenatore del Real, Moustrinho. Noi condividemmo l’odio in silenzio. 

Arrivammo con dodici ore di anticipo allo stadio, e ne approfittammo per visitare il museo del Santiago Bernabeu. Maurizio rimase a bocca aperta, e osservò che lì dentro c’erano più coppe che alla Mida sport. Due di quelle con le grandi orecchie, Aldo - ancora sballato a causa dell’arbre magique - le fece cadere rovinosamente a terra, inciampando su un tappeto.

Le successive ore che ci dividevano dalla partita volarono, come spesso accade quando pensi così intensamente a qualcosa. Il sole fece posto alle stelle, e non solo in cielo. Una corazzata di Mostri, provenienti da ogni parte della Galassia, guidati dall’odiosissimo Moustrinho, scese in campo tra gli applausi della folla. Mai, neppure lui che aveva ha vinto decine di coppe interplanetarie, aveva mai allenato una squadra così forte. Lo stadio era immenso, c’erano almeno duecentomila madrileni sugli spalti. Ma anche un incalcolabile numero di napoletani, che avevano colorato d’azzurro il Bernabeu.

Per la finale di Champions League, Moustrinho, aveva schierato undici Mostri di diversi colori, tutti di dimensioni vatussiane, il più basso dei quali era alto tre metri e ogni due passi faceva sei metri. La formazione dei galattici chiamati ad adempiere l’ultima formalità prima di alzare l’ennesima coppa al cielo era composta da Mostros, Mostrenko, Mostrovosky, Mostrao, Mostrimovic, Mostrowsky, Van Mostren, Mostrurk, Mostrinì, Mostraldo, Mostrinho. In panchina Mostru, Mac Monster,    Vandermostren, Monstersson, Monstrup, Mostrokov, Mostrimoto.

Il Napoli, al confronto, sembrava una squadra di puffi terrorizzati. Gli azzurri avevano alcune defezioni importanti, a causa degli infortuni e delle squalifiche conseguite alla battaglia col Barca in semifinale. Lo speaker annunciò la formazione del Napoli accompagnato dagli olè dei napoletani. Lo ricordo come fosse ieri, anche se quel giorno non è ancora arrivato. De Sanctis in porta, Maggio, Campagnaro, Cannavaro e Ruiz, schierati a quattro in difesa. Hamsik e i gemelli, Gennaro e Ciro Esposito che componevano il centrocampo a tre. In attacco Lavezzi e Cavani erano liberi di agire dietro la punta centrale Diego Armando Bruscolotti. 

Dopo decenni di trepidante attesa, l’arbitro Rizzolenko fischiava l’inizio della finale di Champions League! Conosco malati come me che sono morti d’infarto per molto meno.

Al primo minuto di gioco, Hamsik lanciava Lavezzi sulla sinistra; il Pocho – dopo aver dribblato tre mostri - andava sul fondo, metteva il pallone al centro per Cavani che appoggiava di testa all’indietro per l’accorrente Diego Armando Bruscolotti, che - nel mentre si accingeva a finalizzare un’azione da manuale - veniva fermato con un calcione tra caviglia e ginocchio dal terzino Mostrenko, che portava 68 di scarpe, che gli provocava una vistosa ferita dalla quale fuoriusciva sangue azzurro. Lo stesso bomber disegnava una parabola balisticamente inspiegabile, aggirando la barriera, prendendo subito dopo un effetto magico che indirizzava il pallone esattamente all’incrocio dei pali. Ma Mostros, imbattuto portiere con un occhio solo, parava con una sola mano.

Sul cambio di fronte, il volante Tostao, effettuava un lancio di settanta metri per l’attaccante Mostraldo, che correva verso la porta di De Sanctis e, senza manco girarsi indietro, stoppava con la schiena e al volo, con un pallonetto di sinistro, scavalcava De Sanctis sorpreso fuori dai pali. Il pallone lemme lemme rotolava verso la porta, ma dal cielo cadeva un super santos che colpiva il pallone ufficiale, cambiandone provvidenzialmente la traiettoria a mezzo metro dalla porta. Gaetano, detto il Giaguaro di Pianura, aveva sempre aspirato a difendere la porta della sua squadra del cuore, e in un certo qual modo aveva realizzato il proprio sogno.

Quando mi girai, Maurizio aveva la faccia viola e Aldo invece era di un giallo pallido. Io, invece, ero impassibile come sempre. Mia moglie dice sempre che sono mono-espressivo e che sono scolpito nella flemma. Le mie emozioni si sviluppano solo internamente, comprese quelle azzurre.

Il Napoli non riusciva a superare il centrocampo, i Mostri facevano girare la palla e non solo. Al 15’ Mostraldo, da trenta metri, calciava prima di destro, colpendo il palo alla sinistra di San Gennaro, poi sulla respinta calciava di sinistro e colpiva il palo di destra, infine - sulla terza respinta - con una sforbiciata spettacolare colpiva la traversa spicchettando la porta partenopea. Sulla fronte del portiere aggiunto del Napoli, le perle di sudore freddo erano il simbolo della resistenza partenopea. 

Al 20’ Mostrinì lanciava sulla destra Van Mostren, che con un tocco magico con tacco destro e punta del sinistro, scavalcava entrambi i gemelli Esposito. Ciro, vistosi superare, gli strappava i pantaloncini, mentre Gennaro gli sfilava una scarpa. Ma il mostro continuava imperterrito la sua corsa. Giunto al limite, in mutande e con una sola scarpa, crossava al centro per Mostrinho, che si librava nell’aire e con il colpo dello scorpione provava a colpire al volo di tacco. Le centinaia di fotografi a bordo campo provavano ad immortalare il gesto tecnico spettacolare. Ma nelle foto venivano ritratti Cannavaro che gli sfilava la maglia che aveva promesso al figlio e Campagnaro che lo afferrava per un testicolo. L’arbitro concedeva il discutibile rigore ed espelleva entrambi gli esterrefatti difensori azzurri. Sul dischetto andava lo specialista Mostrurk, che prendeva una lunga rincorsa, durante la quale veniva colpito da una quantità indescrivibile di banane, uova sode, cachi e porzioni di parmigiana, provenienti dal settore dove erano assiepati i tifosi napoletani. Il galattico inciampava su una bestemmia poderosa di Maurizio, il tiro sbilenco veniva respinto da De Sanctis, che da terra accompagnava il gesto dell’ombrello sincronizzato dei centomila napoletani circa presenti sugli spalti. Ma l’infame pallone rimbalzava dietro la schiena di Gennaro Esposito, e carambolava inopinatamente in rete. Nell’ammutolito settore dello stadio riservato ai napoletani, rimbombò l’urlo di Paquito, operaio dei quartieri spagnoli, che da trent’anni lavorava alla Seat di Toledo: “A las almas de qui te muertos”!

Con due uomini in meno e un goal da recuperare, la già difficile impresa acquisiva il crisma dell’impossibilità. I mostri schiacciavano i puffi nella propria area di rigore. Di tanto in tanto, Lavezzi, Hamsik e Cavani tentavano di ripartire in contropiede, ma venivano fermati con le buone e soprattutto con le cattive. Ma provatelo ad ammonire uno come Mostrenko, che ha una mascella che sembra una ghigliottina e due pale meccaniche al posto delle mani. Diego Armando Bruscolotti rimaneva solo, zoppicante e in fuorigioco per tutto il primo tempo.

Al ventesimo del secondo tempo, il nuovo entrato Mostrimoto faceva tre tunnel consecutivi a testa ai gemelli Esposito, che gli mollavano tre calci negli stinchi cadauno, ma senza riuscire ad abbatterlo. Il giapponese, che era un incrocio tra Oliver Halton e Mark Lendes, con un tunnel superava anche il portiere in uscita, ma non contento – giunto sulla linea di porta – decideva di ritornare indietro, di ridribblare i resti della difesa azzurra, e solo dopo averli umiliati a sufficienza, con un tiro inutilmente violento dalla linea di porta, sfondava la rete. De Sanctis provava a far credere all’arbitro che la palla non era mai entrata, ma Rizzolenko annotava il raddoppio dei mostri.

Maurizio, il decoubertiniano del gruppo, cercava di rincuorarci dicendo che in fondo dovevamo essere già felici di essere lì. Ma non ci credeva neppure lui a quello che stava dicendo. Gli scaramantici cavalli dei nostri pantaloni erano certamente più felici di essere lì anziché a Lanciano, ma cominciarono a grattarsi come fossero stati assaliti da un esercito di pulci.

I mostri cominciarono a giocare come il gatto col topo. Una melina infinita dei galattici era accompagnata dagli irridenti olè dei tifosi spagnoli. Nessun calciatore del Napoli riuscì a toccare il pallone per venti minuti. Ad un certo punto, il fuoco cominciò a scorrere nelle mie vene come lava incandescente in un cratere. Solo in quel momento mi accorsi che indossavo ancora lo smoking che avevo fittato per il matrimonio e che non era proprio l’abbigliamento adatto per stare in curva. Mi strappai la giacca da dosso e la lanciai via. Era il novantesimo esatto. In quel preciso istante, Lavezzi da trenta metri scoccava il primo tiro vero verso la porta dei galattici. Un tiro di rara precisione e potenza, che aiutato anche dalla giacca dello smoking che coprì la visuale di Polifemo, gonfiò la rete dei blancos e i sogni degli azzurri. Restavano da giocare solo tre minuti di recupero, ed eravamo ancora sotto di un goal e giocavamo in nove contro undici, ma i sogni si chiamano sogni proprio perché contengono i semi dell’impossibile. A differenza degli altri tifosi napoletani, il cui boato fece tremare il Bernabeu e fece cadere tutti i trofei dagli scaffali del museo, noi tre trattenemmo l’esultanza in gola. Quella gioia era ancora incompleta. Io comunque ero assolutamente certo che quell’antica vendetta non poteva più essere rinviata.

E la vendetta, infatti, partì in contropiede al novantunesimo minuto insieme a Lavezzi, lanciato da un illuminatissimo Hamsik. Il Pocho si vendicò delle decine di calcioni subiti a Mostrimovic, e dopo avergli fatto un tunnel, gli passò sotto le gambe senza doversi neppure abbassare e si involò verso il portiere da un occhio solo. Mostros gli andò incontro chiudendogli l’intero specchio della porta, ma Lavezzi con l’occhio che solo i grandi campioni hanno dietro la testa, vide sopraggiungere Cavani da tergo e lo servì con un imprevedibile colpo di tacco. Cavani, che tra l’altro aveva avviato l’azione dalla difesa rubando un pallone a Mostraldo, finalizzò l’azione utilizzando la sua ultimissima goccia di energia, dopodiché fu portato fuori in barella. Il Santiago Bernabeu saltò dalle fondamenta. Ciascuno spettatore si ritrovò in un settore diverso da quello in cui era seduto un attimo prima. Noi, che eravamo nel primo anello, ci ritrovammo nel terzo.   

I conseguenti tempi supplementari furono una trasposizione calcistica di Rocky V, con il Napoli nei panni di Rocky Balboa che prendeva mazzate da Ivan Drago, e cercava di convincersi che non faceva male. Ma in occasione di un calcio d’angolo, all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare, tutti i venti calciatori rimasti in campo, compreso il portiere Mostros, si catapultarono nell’area napoletana. E qui successe qualcosa di imprevedibile. Mostrinì, dalla bandierina, scivolò su una fetta di pastiera scaduta e il pallone finì tra i piedi di Diego Armando Bruscolotti, che  - vedendo la porta avversaria sguarnita – tirò dal limite della propria area di rigore. Il pallone rimbalzò lentamente verso la porta madrilena, spinto anche dal soffio dei centomila napoletani, la cui forza superava abbondantemente quella di Eolo che mai ha mangiato frittate di cipolle in vita sua. Il pallone era ormai sulla linea di porta, il Sogno di una vita stava per realizzarsi, la mia proverbiale flemma veniva spazzata via da un urlo sovrumano che avrebbe fatto saltare anche mia moglie a Bora Bora, se solo lei non fosse proprio la persona che mi ritrovai a baciare sulla bocca, appena mi girai, convinto fosse una qualsiasi sconosciuta.

Aveva capito tutto. Fin dal primo momento. Lei sapeva che due sarebbero stati per me i giorni più importanti della mia vita e non era certamente colpa mia se erano capitati lo stesso giorno…

 

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