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LUCA DE FUSCO: Il Teatro Festival come un cantiere d’arte

“Da grandi artisti prime mondiali che nascono a Napoli”

Servizio di Anita Curci


Napoli - Pienamente confermato lo spirito di esposizione internazionale del teatro e della danza per la sesta edizione del Teatro Festival Italia che si svolgerà dal 4 al 23 giugno tra Napoli e una nuova straordinaria location, Pietrarsa. “Sarà estratto il meglio dalla scena contemporanea. I napoletani potranno avere il privilegio di vedere spettacoli bellissimi che arrivano in Italia dopo un grande successo negli altri paesi, per non parlare delle prime mondiali. Infatti, al carattere di vetrina si associa quest’anno quello di grande cantiere d’arte teatrale. Gli spettacoli di Brook, Arias, Končalovskij, Ivo, oltre che il mio, nascono a Napoli e saranno presentati in prima assoluta. Vere e proprie creazioni di cui il pubblico potrà seguire l’evoluzione, visto che per molti di loro saranno realizzabili prove aperte a disposizione di studenti e appassionati di teatro”.

Luca De Fusco, direttore artistico del Festival, spiega come le opere siano basate sulla mescolanza, su quella che ha voluto chiamare felice Babele. Si amalgameranno la scuola attoriale russa di Končalovskij con i talenti napoletani e italiani in La bisbetica domata; l’istinto teatrale dell’argentino Arias con la tradizione di Viviani; le melodie di Ran Bagno, il famoso musicista israeliano, con le parole di Shakespeare per Antonio e Cleopatra; il mix di talento internazionale di Ismael Ivo con quello dei danzatori napoletani.

Come sarà questo Festival? Quale la sua chiave di lettura?

La grande novità sta nel carattere di cantiere d’arte. Insieme a prime italiane di spettacoli europei ci sono quelli in prima mondiale creati apposta per il Napoli Teatro Festival. Cominceranno poco a poco ad essere provati spettacoli in varie città per venire immessi poi in questa nostra importante rassegna. Questo  accentua  il carattere produttivo della manifestazione.

Quanti e quali gli spettacoli da non perdere?

Innanzitutto il Beckett di Brook che propone  Lo Spopolatore;  La Bisbetica di Andrej Končalovskij; il Circo Equestre Sgueglia di Raffaele Viviani con la regia di Alfredo Arias. Comunque l’intero programma risulta di grande interesse. Ma la vera novità è nel settore danza, che ritengo la disciplina di spettacolo più viva del mondo. Ci sarà il Don Quichotte con le coreografie del francese José Montalvo al teatro di San Carlo; Mishima con la coreografia di Smael Ivo; Précipitations di Paco Dècina, e ancora Vertigo 20 diretto da Noa Wertheim della Compagnia Vertigo Dance che festeggerà i vent’anni della sua attività.

Ci spiega l’idea delle “residenze creative” con cui ha coinvolto registi del calibro di Konchalovskij, Arias e Peter Brook?

L’idea è quella di creare un festival vetrina che mostra il meglio che c’è nel mondo. Ho pensato che a differenza di Avignone e Edimburgo, Napoli oltre ad essere palcoscenico del Festival è anche una delle capitali mondiali del talento attoriale. Associare la tradizione russa di Konchalovskij o franco argentina di Arias con la musica di Viviani e attori napoletani poteva produrre nuovi innesti creativi. Questo tentiamo con le operazioni di carattere produttivo che si affiancano a ospitalità internazionali.

Perché Brook ha preferito i suoi attori invece di scegliere parte del cast con provini a Napoli, come hanno fatto Arias e Končalovskij?

Perché il suo è uno spettacolo di carattere diverso, basato sul talento di sua moglie e non di tipo corale di ampio respiro con più attori. Ed è in francese.

E gli artisti napoletani?

Sono presenti negli spettacoli di cui ho parlato prima. Poi ci sono altre rappresentazioni ad opera di registi e coreografi napoletani, oltre al Fringe stavolta finanziato dal Festival e non autogestito come gli anni scorsi.

Luogo principale del Festival quest’anno è il museo di Pietrarsa a San Giovanni a Teduccio: perché questa scelta?

Perché come al Pausilipon l’anno scorso, Pietrarsa si presenta con il profilo di una cittadella teatrale, un luogo dove si possono fare due spettacoli contemporaneamente. E’ un posto bello, suggestivo, dove si può saltare da una rappresentazione all’altra.

E’ giusto spendere tanti soldi per un Festival che dura un mese quando a Napoli molti teatri chiudono per mancanza di sovvenzionamenti? Non sarebbe meglio utilizzare quei soldi per aiutare chi in difficoltà?

Questa cosa è priva di fondamento poiché i nostri sono fondi europei e non fondi ordinari, non potevano essere spesi in maniera diversa. Privarsene voleva dire rinunciare al Festival. Il sostegno indiretto comunque avviene durante la manifestazione nel coinvolgimento generale delle realtà teatrali.

Qual è la situazione debitoria della manifestazione? Si sentono ancora proteste di compagnie e tecnici non retribuiti.

Quando siamo arrivati, i debiti verso esterni raggiungevano i 40 milioni di euro scesi poi a 18 avendo fatto altre due edizioni. Se in due anni siamo riusciti a dimezzare il debito, nei due anni successivi dimezzeremo la situazione debitoria trovata al nostro arrivo.

Una parte del teatro napoletano ha apertamente dissentito dai suoi criteri di gestione sia dello stabile che del Napoli Teatro Festival. Che ci può dire di queste critiche?

Al momento c’è un clima pacifico. Penso quello che ormai pensa la maggior parte dei napoletani. La critica è rivolta in realtà al sistema con cui si è trovata la soluzione di tenere aperto il Teatro Stabile di Napoli che non riceve fondi da tempo. Il fatto è che non si riesce a fare la fusione del Festival e dello Stabile. Una fusione potrebbe diventare la definitiva soluzione del problema visto che il Festival è estivo e il Mercadante è attivo in inverno. Questo porterebbe a sinergie ulteriori. Ciò che posso dire è che la Fondazione del Napoli Teatro Festival ha dato al Mercadante un milione di euro l’anno nel 2011 e nel 2012 per poterne sostenere le attività.


3 giugno 2013


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