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Gli inediti
Il Romanzo a puntate
MIRANDA
(OVVERO DELL´ALTRO DA NOI)
di
Manlio Santanelli
quinta puntata

Facce nuove o meno, maschere del noto o dell’ignoto, quel consueto giorno di ufficio io lo vissi come una clandestina distilleria di minuti, da imbottigliare in una serie di ore dal collo troppo stretto per accoglierli a getto spedito. Di pratiche urgenti neanche l’ombra. Lo confermava l’orologio appeso alla parete di fronte, un ingranaggio dal ticchettare spedito, ma quella volta allo scadere di ogni secondo perplesso se passare al prossimo o sostare in cronometrica meditazione.

E questo al punto che, a metà della mattinata, in attesa dell’orario di fine turno, mi disposi comodamente nella sedia girevole (quando voleva lei),i piedi sulla scrivania in omaggio ad una pratica ‘made in U.S.A.’, nell’assetto propizio a quella che va sotto il nome di riflessione.  

Pur essendo un mammifero a tutti gli effetti, e figlio di mammiferi, e nipote di mammiferi, a loro volta figli e nipoti di creature consimili fino a perdita di memoria, non posso affermare a cuor leggero di essere vissuto sempre in pace con la grande famiglia biologica a cui appartengo di diritto e di fatto. E questo non tanto per la mia incontrollabile avversione a far mucchio – che pure mi preclude, non dico la sosta, ma finanche il semplice transito in luoghi dalla concentrazione demografica superiore a un numero di due cifre -, quanto per certe mie fragilità che tradisco soprattutto nell’ambito relazionale. Per essere espliciti, non ho difficoltà a riconoscere che il giudizio del prossimo sul mio conto  può mettermi in ginocchio, se non addirittura in mutande. Posso aver raggiunto la più tetragona, monolitica, ‘stonengitica’ autoconsiderazione, basta il minimo dubbio espresso dal primo imbecille di passaggio, e mi ritrovo al grado zero dell’autostima, pronto a discendere a quattro a quattro la scala dei valori negativi fino al sottoscala della personalità.

Ma il periodo di gran lunga più sgradevole della mia esistenza mi appariva, nel corso delle personali meditazioni, quello dell’infanzia. Senza alcun dubbio. Un’era di sconvolgimenti di ogni specie, un giurassico dell’organismo, nel quale al ronzio incessante delle fibre e delle cellule in crescita esponenziale si associava, più spesso con effetti devastanti, il clamore dei dissidi interiori, il vociare sconsiderato che nella mia personalità ancora in formazione ingeneravano, scontrandosi, le opposte fazioni del coraggio e della paura, dell’egoismo e della generosità, dell’attivismo e dell’abulia.

Pronto come sono a darmi a gambe levate allorquando mi imbatto in narratori della loro prima età, mi limiterò a riportare un esempio che ha le sue buone ragioni per riassumerli tutti: la sera, in famiglia, dovevo essere sempre l’ultimo ad andare a dormire. E non perché fossi un tiratardi, no. Del resto, non si trattava di un insolito dovere impostomi dall’educazione parentale, bensì da un diritto per il quale mi ero battuto con tutte le forze di cui disponevo.

La faccenda era un tantino più delicata, una di quelle esigenze che proiettano una dubbia luce sull’avvenire di chi l’avverte. In breve, non sopportavo l’idea che, una volta rimasti soli, i miei genitori si lasciassero andare a parlar male di me. Gli occhi mi cascavano nel piatto, le palpebre si trasformavano in due serrande a cui s’è guastato l’avvolgibile, le braccia non si dimostravano del tutto contrarie a svincolarsi dalle spalle con la modica finalità di trovare un breve riposo sul pavimento; eppure non osavo ritirarmi fino a quando papà e mamma, spente le luci della casa, non si congedavano da me con un rituale “te ne andrai a letto, una buona volta!” Solo allora il peso spasmodico della mia pur breve esistenza tendeva ad alleggerirsi, si rivelava meno disumano, e mi disponevo di buon grado al riposo. E questo, ahimé, tutte le sere. Almeno finché non mi si insinuò dentro il sospetto, neanche poi tanto campato in aria, che i genitori seguitassero a parlare di me, e male, una volta nella loro camera. Un processo a porte chiuse, via!

Cominciò il periodo delle lunghe origliate. In punta di piedini mi accostavo a quell’oracolo che ormai ritenevo consacrato all’esclusiva liturgia del bisbiglio antifiliale; e, sempre in punta di piedini, per restare più all’erta ove si rendesse necessaria la fuga, mi attardavo ad ascoltare il respiro già pronunziato dei due candidati al sonno. Sorvolo di proposito, in quanto particolare delicato di suo, l’ansimare che a volte mi giungeva all’orecchio e che io, ancora all’oscuro dei misteri coniugali, interpretavo come picchi della loro avversione nei miei confronti. Ricordo nitidamente, comunque, il freddo delle mattonelle sotto le piante. Ancora oggi, a una distanza di anni molto oltre  il ‘mezzo del cammin di nostra vita’, è quello il punto del corpo nel quale sono più vulnerabile ai mordacchi delle cattive stagioni. Quando, infine, quel respiro passava dallo sbuffo sostenuto al rombo di tuono, mettevo a tacere le mie pedoparanoie, per andarmi a rintanare in un sonno indennizzante, almeno quel tanto che mi permettesse di sopravvivere fino alla sera precedente.       

La mia sindrome si aggravò ulteriormente quando mi successe di vedere un film di spionaggio in cui i due protagonisti, nel timore che la loro casa ospitasse (malgrado loro) invisibili microfoni, dialogavano per iscritto scambiandosi muti foglietti di carta. Apriti cielo, anzi terra! Il silenzio dei miei genitori si sovraccaricò all’istante di un altro e ben più minaccioso significato. “Non parlano male di me per la ragione che di me scrivono male!”, e riprecipitai nella geenna dei sospetti, dalla quale ero evaso per un tempo troppo breve.

La morte di mio padre, che pure mi addolorò profondamente, ebbe comunque un ‘effetto collaterale’ liberatorio. Rimasta sola, mia madre avrebbe potuto – questo è vero – proseguire lungo il sentiero dello sparlottìo sul mio conto attraverso sedute medianiche; ma la sapevo avversa ad ogni forma di pensiero che dell’irrazionalità fa la sua bandiera e del paranormale l’asta preposta a reggerla. E tanto mi bastò a mettere pace nel mio cuore così a lungo perturbato e commosso.

L’immersione nel pozzo artesiano delle mie prime angosce, là tra le quattro pareti del mio ufficio – sei, a contare anche  il pavimento e il soffitto –, mi aveva a tal punto sradicato dal reale e dal suo inarrestabile fluire, che con un sobbalzo da scossa elettrica da arco voltaico mi resi conto di aver bruciato in quella penosa “recherche” del tempo per buona sorte perduto l’intero orario di servizio, compresa la pausa-mensa di cui non avevo beneficiato. Mi catapultai verso l’uscita, non senza impattare ancora una volta in quelle facce cariche di nuova consuetudine o, se si vuole, di consueta novità.

 

Fine della quinta puntata


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Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata


(28 febbraio 2012)


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