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Teatrino di Corte del Teatro di San Carlo dal 6 al 16 dicembre "Il Marito Disperato" dramma giocoso in due atti, regia di Paolo Rossi

Servizio di Daniela Morante

Napoli - Le opere di Domenico Cimarosa, si sa, incarnano a meraviglia lo spirito settecentesco fatto di leggiadria e futilità, in esse la musica è sempre fresca, lieve, a tratti giocosa e mai greve, cosi vicina all’atmosfera napoletana dove è nata, composte della stessa materia di sole, aria, luce, dove si stempera ogni possibile tragedia. Paolo Rossi si propone regista in questa messa in scena, e sceglie con intenti comici, di rendere attual-popolare, quest’opera proprio nella sua prerogativa di essere buffa.

Prova così ad ambientarla ai giorni nostri, seguendo quella sua sconclusione che vuole essere simpatica, surreale o dadaista e immagina il dramma giocoso, addirittura in un futuro prossimo dove sussistono come tra macerie di un day after, accantonate l’uno all’altre, testimonianze di epoche passate e nel far ciò non ci è difficile immaginare la sua creatività appunto “all’opera”.

Un presunto posto nelle vicinanze del mare dunque, ne è l’ambientazione, firmata dal mitico Rubertelli, con tanto di villino antico a stucco, immerso in una corte di lamiere dipinte a graffiti, qualche luce al neon, rampicanti ormai secchi, sedie a sdraio e un manichino.

In questo scenario il nostro, immette i personaggi che si dimostrano bravi ad eseguire con indubbia maestria il testo cantato, sono vestiti in abiti moderni disegnati sempre dal Rossi, per rendere attuale la storia, o meglio renderla popolare e quindi più vicina alla recezione del pubblico. Don Corbolone, il marito disperato, si presenta così, con la sua possente corporatura da baritono, in  lunga maglia del calcio Napoli e pantaloni corti, dopo ogni suo canto torna a sedersi su una sedia a rotelle, la serva  invece è di arancione succinta e si esibisce di tanto in tanto in dance ammiccanti, il suocero invece è ridicolmente abbigliato in costume lungo e a strisce, insomma ogni personaggio è reso volgare, volutamente trash, e ciò stride con la potenza e bellezza delle loro arie cantate. Lo stesso Rossi in veste di deux in machina clownesco col suo frac largo a dismisura, fa capolino tra gli attori come servo di scena.

La mente allora, nostalgicamente va ad esempi simili, ma di diverso spessore: a Federico Fellini che ritraeva sì personaggi popolari, cosi grotteschi ed al contempo infinitamente poetici, a Tazeus Kantor che sì presiedeva in scena, ma per guidare con pochi sentiti gesti i suoi attori, alla Commedia dell’Arte e alla caratterizzazione canonica dei suoi personaggi,  a Jonesco e al Teatro dell’Assurdo, insomma la mente va per compensazione al  teatro che nella molteplicità di stili e tecniche, gioca ad elevare e mai ridurre, ad accrescere e mai sminuire.

Si legge sul programma di sala che il Teatro San Carlo ha stabilito gemellanze con diversi Comuni del napoletano, con l’intento di avvicinare i giovani alla musica, intento lodevole, basta che non si dimentichi che il teatro è in primo luogo dimora  di quella cultura unica ed autentica, che nei secoli l’ha caratterizzata,che va anche dissacrata, ma in un confronto poetico e mai banale.

Un plauso speciale va al Direttore Christophe Rousset che ha diretto gli altrettanto bravi musicisti dell’ Orchestra del Teatro di San Carlo di Napoli.

 

(12 DICEMBRE 2011)

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