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Teatro Nuovo di Napoli fino al 18 dicembre

“QUATTRO MAMME SCELTE A CASO” dedicato ad Annibale Ruccello, regia di Roberto Azzurro

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli.  Quattro mamme, quattro voci, quattro storie. Quattro “piccole tragedie  minimali” sulla scia di quelle scritte da Annibale Ruccello circa trent´ anni fa. Ognuna una situazione soggettiva, un “caso personale”, ma tutte indicative, però, di un contesto generale di cui sono, in un modo o nell´altro, lo specchio fedele. Annibale era un antropologo.

Il suo teatro, come sappiamo, derivava strettamente dagli studi sul campo in questo settore. La vera “tragedia” che lui aveva individuato, e che in essa conteneva tutte le altre, era quella del linguaggio. Che si manifestava in un´ibrida commistione tra parole (ma anche accenti e intonazioni della voce) derivanti da una cultura radicata nella tradizione del territorio e stratificatasi nei secoli fino ad essere parte stessa del DNA di chi quel territorio da sempre lo abita, e una cultura esterna, nuova, indotta in maniera artificiale, soprattutto attraverso i mass media, che si impossessa grazie alla sua forza d´urto, degli stili di vita e, appunto, di quel linguaggio originario, non riuscendo a soppiantarlo completamente (in quanto fortemente radicato) ma, comunque, colonizzandolo, sporcandolo, privandolo della sua originale purezza attraverso innesti artificiali e mostruosi. Questo processo di “mutazione antropologica”, per dirla con Pasolini, piombato improvvisamente creando guasti e scompensi, era la cornice, il contesto che conteneva, e spesso generava, le “piccole tragedie minimali” che coglievano individualmente le “mamme” (figura simbolica scelta, ovviamente, non a caso) raccontate da Ruccello.

E su questa linea, bisogna dire, si sono ben inseriti i quattro autori di questo spettacolo, che nasce da un progetto ideato da Massimiliano Palmese,  che vuole essere un omaggio a Ruccello nei venticinque anni dalla sua scomparsa, e che riprende e aggiorna il suo discorso. Mostrando altre quattro facce di quella “tragedia della sospensione” che affligge chi arranca in bilico tra culture diverse e contrastanti, e vive ogni giorno sulla propria pelle (che in teatro è, ancora una volta, il linguaggio) una strenua lotta nel tentativo di ricomporre contraddizioni e scompensi.

Così Rosaria de Cicco, che interpreta la prima di queste mamme ne Il fatto più bello, scritto da Massimiliano Virgilio, è costretta a risolvere un problema antico (la figlia sedicenne incinta da far abortire) facendosi coraggio (o schermandosi dietro) i vessilli del più becero consumismo contemporaneo riletti e rivissuti (subiti?) in chiave ultrapopolare. Mentre il personaggio interpretato da Antonella Romano in 70 mi dà tanto, scritto da Luigi Romolo Carrino, è una madre, e nonna, che ha trovato in una improbabile competenza informatica l´unica via per sfuggire all´indifferenza, che giunge fino alla più egoistica ottusaggine, manifestata nei suoi confronti dai componenti della sua famiglia (figlia e nipote).

Più assoluta e, per certi versi, autosufficiente, la tragedia della follia vissuta dal personaggio interpretato da Gea Martire, protagonista di Sciore Arancia, di Alessio Arena, che non conosce ibridazioni, se non quelle causate dalla propria visionarietà, mentre si abbandona ad un flusso linguistico potente che trascina in sé i detriti dell´anima più che quelli di una qualunque innaturale contaminazione linguistica, trovando, forse, per questo, più affinità con la poetica di Enzo Moscato che con quella di Annibale Ruccello.

Si ritorna, invece, in un groviglio linguistico-culturale che, nella sua apparente confusione, è in grado di scavare molto a fondo in La Pocalisse di Massimiliano Palmese, interpretato da Imma Villa. Sorta di ultimatum divino all´Italia trasmesso per bocca di una madre morta giovane e suicida, che parla in sogno a suo figlio, utilizzando la forza del linguaggio antico quasi come un anatema contro una fasulla e sradicata modernità. Una messaggera dell´Apocalisse, per molti versi ingenua e sprovveduta ma forse, proprio per questo, più terribile e inquietante.

La regia di Roberto Azzurro armonizza i quattro monologhi tenendo le attrici sempre in scena come fossero un coro da cui ogni volta emerge la voce solista. E in coro vengono cantate, come raccordo, le hit più popolari che tanta parte avevano anche nelle messe in scena di Ruccello.  

Che dire, poi, delle quattro splendide attrici protagoniste di questo spettacolo? Semplicemente che appartengono al patrimonio artistico della nostra città ed è preciso dovere di tutti noi conservarle, proteggerle, valorizzarle sempre di più come meritano. Sono tra i pilastri principali di quell´argine che ancora faticosamente riusciamo ad ergere contro la volgarità, la banalità e il conformismo dilaganti. 

 

(10 dicembre 2011)



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