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IL TEATRO CI GUARDA          

Di Antonio Tedesco

TITANIC the END – ovvero Allegria di naufragi

C´è stato un momento, in un tempo non lontano, in cui il teatro ha affidato il senso del suo farsi al gesto, al movimento, alla composizione coreografica, prima e più che alla parola. Erano gli anni ´80, nei quali, per fermarci all´ambito napoletano, compagnie come Il Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller e Renato Carpentieri, Falso Movimento di Mario Martone e Teatro Studio di Caserta di Toni Servillo (prima di unificarsi e confluire nei Teatri Uniti), sulla spinta delle sperimentazioni e delle avanguardie che avevano animato i decenni precedenti, lavoravano prevalentemente sull´azione scenica che si faceva essa stessa testo drammaturgico. Un teatro in cui il corpo dell´attore sostituiva la parola dell´autore, e si faceva portatore di una grammatica e di una sintassi scenica che mirava, per molti versi, ad esaltare il senso stesso di quel teatro, nel suo essere epifania, apparizione, rivelazione irripetibile dell´istante.

Un teatro che non scaturiva dallo studio di un copione, ma dall´utilizzo del corpo dell´attore come strumento espressivo in grado di trasmettere emozioni, sensazioni, significati. Una fisicità che produceva figurazioni tese a diventare espressioni visibili di significato e di senso. Un teatro che nasceva da lunghi mesi di laboratorio (inteso come lavoro di scavo e di ricerca, sul proprio corpo e nella propria interiorità) più che dalle classiche "prove". E che attraverso questo lavoro si concretizzava, alla fine, in delle vere e proprie sintesi drammatiche, messe in scena essenziali, veloci, folgoranti.

Questo Titanic the End, che Salvatore Cantalupo ha ripreso dalla messa in scena originale del 1984 di Antonio Neiwiller, è un esempio altissimo di quel modo e di quel senso del fare teatro. Lo spettacolo presentato alla Sala Assoli del Teatro Nuovo, dall´8 al 17 novembre, nell´ambito delle celebrazioni per il ventennale della scomparsa dello  stesso Neiwiller, è frutto di un laboratorio durato diversi mesi, che Cantalupo ha tenuto con un gruppo di giovani e validissimi attori. Ripercorrendo stili e modi di una pratica teatrale che ha segnato circa un decennio (gli anni ´80, appunto), lasciando una forte eredità in termini di professionalità, del teatro, ma anche dell´arte e dello spettacolo in generale, ma rischiando, allo stesso tempo, di venire troppo presto messa in  soffitta e dimenticata, pressati dalle nuove esigenze. Assistere a questa nuova edizione di Titanic the end è quindi soprattutto uno stimolo per ripensare quegli anni, quel fermento creativo, quell´ansia di rinnovamento, quello spirito di ribellione, che oggi sembrano affievoliti, smorzati, sostituiti da un mero anelito di sopravvivenza, che troppo spesso, però, si trasforma in complicità e connivenza. Significa anche riportare alla memoria quelle emozioni e il tempo in cui "noi credevamo" per capire dove eravamo allora e dove stiamo andando adesso.


12 novembre 2013

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