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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco

VIRUS E CANNIBALI – La drammaturgia di Annibale Ruccello

A quasi trent´anni dalla scomparsa del suo autore il teatro di Annibale Ruccello si dimostra oggi più attuale che mai. Ne sono prova le ripetute messe in scena dei suoi testi e gli approfondimenti critici e teorici della sua opera che vengono pubblicati, individuando in questo autore uno snodo fondamentale nel teatro napoletano degli ultimi decenni (tra i più recenti Se cantar mi fai d´amore – La drammaturgia di Annibale Ruccello di Mariano d´Amora, Bulzoni editore, che si presenta il 14 maggio al Caffè Letterario del Mercadante). Il capolavoro universalmente riconosciuto di Annibale Ruccello, quello che ne sancisce la raggiunta maturità di scrittura scenica e la acquisita padronanza di stile e tematiche è, come si sa, Ferdinando. Ulteriore prova della grande “tenuta” di questo testo è il recente allestimento che ne ha tratto Arturo Cirillo. Concepito in un napoletano denso e arcaico, un napoletano lingua e non dialetto, il lavoro teatrale fu costruito pensando ad un´attrice popolare e colta insieme, come Isa Danieli. Che ne è stata, nella gran parte delle versioni portate in scena fino ad oggi, la principale interprete nel ruolo di Donna Clotilde. Nella messa in scena di Cirillo i due personaggi femminili, Donna Clotilde e la sua parente povera Gesualdina, sono interpretate da Sabrina Scuccimarra e Monica Piseddu. Attrici non napoletane ma che, grazie a precise strategie interpretative, riescono a rendere i rispettivi ruoli con straordinaria efficacia. Tale circostanza induce ad una riflessione sulla “lingua teatrale” messa in campo da quest´opera. Una lingua che nel suo apparente sgorgare spontanea dalle voci dei protagonisti è, in realtà, fortemente costruita e antinaturalistica. Una lingua che “racconta” un mondo, e non solo i caratteri e gli stati d´animo dei personaggi. Che esprime lo spirito di un´epoca e quello di tutto un popolo che è stato depredato ed espropriato della sua cultura dalla violenza della storia. Chi è il personaggio di Ferdinando, infatti, se non un corpo estraneo che si introduce in un contesto corrotto e decadente, certo, ma ancora consapevole della sua antica e consolidata nobiltà? E, fingendo di accettarne le regole, lo attacca dall´interno, corrodendone le fondamenta, minandone le basi, succhiandogli la sua anima antica per appropriarsi di quel tesoro (i gioielli materiali e metaforici che Donna Clotilde nasconde) che è il simbolo della sua storia. L´eredità ancora viva di una cultura che avverte su di sé i segni del disfacimento e cerca disperatamente di difendersi. Ferdinando è una sorta di Angelo della Morte che piomba in quella realtà come un giustiziere per infliggere il colpo di grazia. Ferdinando è la morte di una cultura che Ruccello aveva già visto e raccontato anche in altri suoi lavori. Da Le cinque rose di Jennifer fino alle Piccole tragedie minimali. Nel testo in questione, però, coglie in maniera più compiuta e matura questo processo raccontandone le origini. Fissandone l´inizio. Mentre negli altri lavori si era maggiormente concentrato sulle conseguenze. Il suo è un teatro che ci guarda negli occhi e nel quale ci dovremmo specchiare per comprendere il disagio di oggi e la dispersione di un´identità alla quale Napoli, il Meridione, ma forse tutta la realtà contemporanea intesa in senso più vasto, non ha ancora saputo trovare un´alternativa. Possiamo solo, come Anna Cappelli  (l´ultimo lavoro scritto da Ruccello), divorare ciò che crediamo di amare, sopraffatti dalla bramosia di possesso. Nel tentativo di perpetuare (anche attraverso riti metaforicamente cannibalici e primitivi) un´esistenza che si riduce solo ad una mostruosa illusione. Ferdinando è un microbo letale, un virus che ha sviluppato una colossale infezione. I suoi effetti ancora agiscono sul nostro corpo sociale e sulla nostra cultura. E con Anna Cappelli, appunto, hanno mostrato tutte le loro terribili conseguenze. Per questo il teatro di Ruccello non solo è ancora attuale,ma va assumendo nel tempo le connotazioni di un classico. Perché continua ad avere cose da dire. Anzi, più passa il tempo e più e meglio le dice. Tracciando con la precisione dell´antropologo e la sensibilità dell´artista, una spietata parabola che ci mostra da dove siamo partiti e quali tappe abbiamo percorso per (dicendola con Totò) “andare dove stiamo andando”.

 

23 maggio 2013

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