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IL TEATRO CI GUARDA / Ronconi: La scena come limite

Di Antonio Tedesco


Ogni nuovo allestimento di Luca Ronconi è il tentativo di superare un limite. Il suo è un teatro vissuto, appunto, ai limiti della “teatrabilità”. E che spesso la oltrepassa, e diventa qualcosa di ulteriore. Una macchina scenica in senso assoluto, che vive di ritmi, di pulsazioni, che si dilata nello spazio e nel tempo, oltre gli angusti limiti del boccascena, al di là dei luoghi deputati del rappresentare. Ma spesso anche del rappresentabile. Un teatro che vuole abbracciare il mondo, che sente il bisogno di allargarsi oltre sé stesso, di superare i suoi ambiti. Siano essi fisici, mentali, o anche “istituzionali”. Un teatro che straripa. Che invade i luoghi della “realtà”. Non rimanendo succube del mero rappresentarla, ma divorando e inglobando quello stesso mondo, e quella stessa realtà. Invertendo i ruoli. Diventando forza propulsiva e creatrice. Facendo del mondo stesso una propria creatura. Un teatro che “mangia” con voracità tutta la realtà intorno. Non rassegnato e non addomesticato ai tempi e agli spazi che gli vengono comunemente attribuiti. Scegliere titoli da citare nel vasto lavoro compiuto da Ronconi in cinquant’anni di attività (a partire dall’Orlando furioso del 1969, che gli diede grande fama) è impresa improba. Si va, in ordine sparso, dalle stupefacenti intuizioni di Infinities (la sensazione di infinite vite presenti, quasi come in un romanzo di Philiph K. Dick), alla magniloquenza espressiva de Gli ultimi giorni dell´umanità. Dalle splendide intuizioni sceniche e interpretative di Amor nello specchio, alla intensità classica de Le Baccanti, alle atmosfere sospese (in molti sensi) de La vita è sogno, al pensiero che si fa forma teatrale nel Candelaio. Molte le definizioni che sono state tentate per inquadrare il suo lavoro registico. Da quelle che si concentrano sul testo, con le sue scelte sempre fuori standard che spesso vanno anche oltre gli stretti ambiti  letterari e drammaturgici,   al cosiddetto  “teatro  d´attori”,  con  lo  stile  recitativo da lui prediletto, marcatamente antinaturalistico, che non interpreta, ma si fa carattere espressivo, musica e ritmo della rappresentazione. Ancora è stato definito “teatro dello spazio”, per le sue scelte di ambientazione e di scenografia sempre alternative a quelle del teatro classico. Dove il testo e la sua rappresentazione vengono fatti interagire con la sua idea di spazio scenico, generando qualcosa di assolutamente nuovo e originale che si estende nel tempo, nel senso che produce il proprio (spesso dilatato oltre i normali standard) tempo scenico.  Ma quello di Ronconi è anche un “teatro di pensiero”, nel senso che riesce a rappresentare nella pratica scenica la profondità che lo genera. e che ad esso è sottesa. Una sorta di “pensiero e azione” teatrale che interagiscono strettamente, indissolubilmente l´uno nell´alta. Insomma una teatralità pura che, pur nel suo essere raffinatamente sofisticata, si potrebbe dire “primordiale”. O, addirittura, cannibalica. Errico Ghezzi parlò di una concezione cinematografica del suo teatro per Lolita (messa in scena della sceneggiatura originale scritta da Nabokov per Stanley Kubrick), con le scene ritagliate come inquadrature, precise in ogni dettaglio e complesse nella loro composizione, con l’uso di “carrelli” in una forma estetica assimilabile a quella cinematografica. Ma non scampa alla “voracità” teatrale di Ronconi la grande letteratura, con la messa in scena di un testo irrappresentabile, in apparenza, e iperletterario come Il pasticciaccio brutto di Via Merulana di Gadda. Si potrebbe continuare a lungo, ma fermiamoci qui. Ai suoi ottanta anni compiuti lo scorso 8 marzo. Alla sua faccia da ragazzino incorniciata da barba e capelli bianchi. Alla sua mancanza di prosopopea, al suo essere schivo, una qualità umana che sembra contrastare con certi “gigantismi” espressivi del suo teatro, ma forse è la vera linfa che lo nutre. E quel senso di meraviglia e di stupore che ancora oggi prova per il suo lavoro e attraverso il quale ogni giorno, come dice, gli sembra di riscoprire il mondo. Confrontarsi con il teatro di Ronconi non è riducibile al semplice assistere ad uno spettacolo. E´, piuttosto, un´esperienza complessa che coinvolge i sensi e il cervello, senza distinzione. E´ incamminarsi con lui in questa ricerca della “spiritualità materica” su un percorso difficile e affascinante, ma che è proprio del vero teatro, e cioè quello di seguire con caparbia ostinazione la via della conoscenza.

9 aprile 2013


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