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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco
Sguardi nel vuoto

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber avvenuta il Primo gennaio del 2003. Gaber è stata una delle figure più originali e innovative della scena teatrale italiana degli ultimi decenni. Partito dalla canzone e dallo spettacolo “leggero” televisivo, ha saputo innovarsi e trasformarsi lungo la strada, diventando una sorta di coscienza critica dell’Italia che si trasformava, nei fatidici anni che vanno dai ’70 ai ’90. Lasciata la facile ribalta dei teleschermi ha scelto la dura strada del teatro. Ha inventato il “teatro-canzone” facendone uno strumento non solo di spettacolo, ma di approfondimento e di conoscenza. Uno sguardo acuto il suo, che non ha solo scalfito la superficie della realtà italiana di quegli anni, ma, in molti casi, l’ha frantumata. Gaber ci ha messo di fronte a noi stessi, ci ha detto chi eravamo, da dove stavamo venendo, dove saremmo andati. Ha riempito le sale con una lunga serie di tournée. Ha portato dovunque questa sua nuova idea di spettacolo che, più che intrattenere, voleva stimolare l’impegno civile e intellettuale e soprattutto lo spirito critico (e autocritico) dello spettatore. Gaber seminava dubbi. Induceva alla riflessione. Chi ha avuto la fortuna di assistere a un suo spettacolo sa quanto il pubblico ne rimanesse trascinato e coinvolto. Riascoltando, ad esempio, la registrazione dal vivo di uno dei suoi brani più significativi, Quando è moda è moda (scritto, come tutti i suoi testi insieme a Sandro Luporini), che faceva parte dello spettacolo Polli di allevamento, portato in scena per la prima volta nel 1978, si può sentire il pubblico scoppiare in un applauso entusiasta e prolungato.  Chi   ricorda   quella    canzone     sa    che   si chiude con un’invettiva, praticamente a 360°, contro tutto e tutti e particolarmente contro il manierismo dilagante del pro e del contro, dell’allineato e del contrario, della destra e della sinistra, del conformista e del rivoluzionario. Una visione marcatamente nichilista che abbraccia la realtà nel suo complesso lasciando poco spazio alla speranza. Eppure la gente, un pubblico che dal clamore si intuisce numeroso, applaude fino a spellarsi le mani. Ciò che viene da chiedersi ogni volta in casi come questi è, a che livello di consapevolezza corrisponde quell’applauso? Quante di quelle persone entusiaste si sono sentite realmente coinvolte e chiamate in causa dalle sferzanti parole di quella canzone (ma anche di tante altre) di Gaber? E, a questo punto, è possibile che per molti artisti intimamente non omologati al sistema il successo (quando arriva) corrisponda ad una forma subdola e sottile di frustrazione? Se Quando è moda è moda diventa come il ritornello di una qualunque canzonetta che senso ha più per uno come Gaber cantarla in giro per i teatri di tutta Italia? E, in definitiva, se per lui più che per chiunque altro, il teatro era diventato un punto si osservazione privilegiato che gli permetteva di scrutare a fondo la realtà che lo circondava, cosa vedeva, attraverso i suoi occhi questo teatro? Difficile immaginarlo adesso con lo sguardo di Gaber. Ma certamente, se dovessimo portare alle estreme conseguenze la sua lezione, potremmo dire che in molti casi, quando il teatro ci guarda, guarda nel vuoto. 

9 febbraio 2013


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