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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco

Uno sguardo nel buio

In Insomnia, film di Christopher Nolan del 2002, il protagonista (Al Pacino) è un investigatore della polizia di Los Angeles molto abile, ma dalla coscienza non proprio immacolata. Viene inviato in Alaska per un´indagine molto delicata nel bel mezzo dell´estate artica, stagione durante la quale il sole non scende mai oltre la linea dell´orizzonte. Questa condizione di luce perenne crea nell´uomo uno stato di disagio psichico (di cui l´insonnia del titolo è il sintomo più evidente) che poco a poco lo riduce in una fase di spossatezza anche fisica. Come se quella luce incessante lo mettesse continuamente di fronte alle proprie responsabilità, gli impedisse di provare sollievo mimetizzando il proprio animo inquieto nelle tenebre della notte (l´impossibilità del sonno). Una luce che lo smaschera, che lo rivela a sé stesso prima ancora che agli altri.

Così accade allo spettatore a teatro che nasconde sé stesso nel buio della platea mentre la sua coscienza continua a lavorare sulla scena. Ma perché tale effetto possa dispiegarsi al meglio è necessario che lo spettatore goda di questa zona d´ombra, di questa oscurità che lo salva dal doversi esporre direttamente, lasciando che la sua coscienza attiva si manifesti sulla scena per interposta persona.

E´ un percorso rituale quello che sta alla base del rapporto complesso che si stabilisce a teatro tra palcoscenico e platea. Una sorta di patto segreto. Che quando viene violato (a fini estetici) lascia spiazzato lo spettatore. Come è successo nel recente allestimento del Macbeth, di Andrea De Rosa, in cui le luci in sala restano accese per lunghi minuti a spettacolo iniziato. Errore? Guasto? Scelta? Disagio per il pubblico che si fa mille domande. E che, come il poliziotto del film di Nolan, perde quella confortevole copertura, quella zona d´ombra in cui acquattarsi e osservare, quasi in segreto, quel sacrificio rituale (appunto) che si consuma sulla scena.

E´ noto che, proprio nel percorso Rito-Sacrificio-Purificazione sta il senso ultimo del teatro. Come ben espresso nella recente messa in scena di Claudia Castellucci (Societas Raffaello Sanzio) La seconda Neanderthal (presentato nel corso dell´edizione 2012 de Le Vie dei Festival al Teatro Vascello di Roma) nel quale la riflessione sul rito, come passaggio obbligato verso la salvezza, si fa articolata e profonda. Rendendo persino crudele lo sguardo del teatro. E ancor più necessario per noi spettatori avvolgerci nelle tenebre. Per poter meglio spiare il lato oscuro di noi stessi, isolato sotto quel raggio di luce.



23 dicembre 2012


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