Mercoledì, 23 Ottobre 2019  
                                                   

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Gli inediti
Il Romanzo a puntate
MIRANDA
(OVVERO DELL´ALTRO DA NOI)
di Manlio Santanelli
terza puntata

Ma che film proporre ad una donna destinata da un capriccio di natura a procreare attraverso un’ovulazione nel vero senso della parola? Un film del genere: “Qualcuno volò sul nido del cuculo? L’interrogativo era di quelli che non ammettono una risposta frettolosa, ma con i quali occorre coabitare il più possibile, onde non cedere alla pigrizia, alla tentazione di sbarazzarsene quanto prima. Può, comunque, un’intera giornata, sottratta all’ufficio in virtù di un poco credibile certificato medico, dissipare la nebulosa che ti sosta sulla fronte con l’effetto di rendere la tua vista pressoché incapace di guardare oltre la punta del naso?
Se non ne ero del tutto certo, quantomeno lo speravo.

Barricato al centro di uno steccato di vocabolari ed enciclopedie, mi spericolavo ad acquisire, se non proprio una conoscenza dettagliata, quantomeno un orientamento, una concettuale rosa dei venti tale da permettermi di spaziare senza procurare troppi guasti all’interno di quella specie che, in un tempo indeterminabile, aveva inteso prendere le distanze dai mammiferi. Al termine di un catastale accumulo di dati in materia, disperando di poterli manovrare con perizia, ripiegai su una definizione concisa, ancorché riduttiva, una sorta di liofilizzazione semantica di un argomento dalla smisurata vastità. Mi venne in soccorso un manuale ad uso delle scuole elementari, che alla voce ‘oviparo’ diceva quanto appresso: agg. degli animali che depongono uova, entro le quali si compie lo sviluppo embrionale (dal latino tardo oviparus).

La formulazione ad ‘usum puerorum’ mi provocava un incontrollabile sentimento di ripulsa, soprattutto per l’impiego del termine ‘animale’. Miranda, un animale? Io, di conseguenza un pervertito, un dantesco colpevole del peccato di matta bestialità, un degenerato afetto da zoofila, un parente prossimo di qualche pastore sardo! E tuttavia quell’infarinatura sull’argomento era quanto bastava per scapolare incongruenze, trappole verbali, comportamenti fattuali che potessero turbare le chiacchierate con la mia ‘lei’.

Inoltre, a quel punto mi era di conforto l’idea di avere scelto il cinema come seconda tappa sulla via di una progressiva confidenzialità; al cinema non si parla, sempreché non sia presente in sala un sordo, pardon, un ‘privo udito’, uno di quei tipi che chiedono al loro accompagnatore non solo cosa si è detto, ma anche cosa è scritto nei titoli di testa e di coda, tanto che viene legittimo chiedersi se non sia il caso di aggiungere, nell’elenco dei portatori di handicap, accanto al sordomuto il sordocieco.

Mancava poco all’ora del mio appuntamento con Miranda. Occorreva dunque ‘darsi una mossa’ e subito, visto che ero ancora in pigiama. Il guardaroba si aprì come Sesamo davanti ad Alì Babà, e le sue ante sembravano dire in ‘antesco’: prendici, siamo tutte tue. La mia parsimonia, proverbiale nei riguardi del sesso debole, lo era ancora di più con il legno forte. Scelsi l’abito e la camicia che per la loro scarsa vistosità reputai più adatti all’occasione, e li indossai a tempo di record. Il solo indugio lo incontrai nella scelta della cravatta, sulla quale non avrei avuto dubbi se la mia preferita non avesse presentato dei pois che, all’altezza del nodo, si deformavano leggermente assumendo una forma ovale. La scartai all’istante, ripiegando su una cravatta a fasce: le fasce non potevano offrire niente di compromettente, anche agli occhi di un visionario smarriti nell’immenso.

La scelta del film da vedere, che seguì di poco i miei sinceri complimenti per la composta eleganza di Miranda, fu la piacevole spia di come sarebbe potuta crescere la nostra aurorale relazione: in un niente ci trovammo d’accordo sulla siccità che presentava in quel momento il panorama delle proiezioni di un certo interesse. Il nuovo cinema italiano, stigmatizzato da entrambi con l’aggettivo ‘minimalistico’ fu il primo a cadere sul fronte dei nostri comuni gusti. Nell’elenco delle possibili visioni faceva capolino qua e là qualche produzione a stelle e strisce, ma la maggioranza assoluta accreditata ad Herry Potter in quel catalogo fu la prima responsabile del nostro concorde cambiamento di rotta in direzione del teatro.

Non sono un praticante di quella fede, e ancora di più non lo ero a quei tempi; pur dovendo fare di continuo i conti con il mio (neanche troppo latente) masochismo, le più volte avevo scongiurato il pericolo di venire travolto da un fuoco di fila di intellettualismi contrabbandati per ‘nuova drammaturgia’ e, quanto ai classici, mi sarei fatto killer nei confronti di quei registi che li stravolgono - non sapevo se in buona o in malafede, ma ad esser franchi campavo discretamente all’oscuro di tanto -, con la pretesa di aggiungere del proprio o modificare in tutto o in parte quanto quei grandi sono riusciti a fare. Il termine ‘rivisitazione’, poi, mi ha sempre trovato disponibile a far fagotto e partire alla volta di contrade che non lo conoscano. Ma quella sera nel massimo teatro della città si rappresentava “Spettri” di Ibsen. Non mi diceva molto, a dire il vero. E, come che sia,  l’estrazione nordica dell’autore, la sua appartenenza ad un paese dall’alto tasso di civiltà, nonché – cosa che non guastava – produttore del miglior salmone in commercio (il mio cibo preferito), mi parvero sufficienti a proporre quella meta, che sortì l’effetto immediato di  suscitare l’entusiastica adesione della mia compagna.

Seduti l’uno accanto all’altra, in due poltrone che ci offrivano l’impagabile vantaggio di non essere resi ciechi, o quantomeno strabici, da coloro che occupavano i posti davanti a noi, ci lasciammo rendere complici di quella vicenda; e io galleggiavo in un’acqua chiara di gratitudine verso Miranda, quella creatura divina in tutti i sensi (anche quelli reconditi per gli altri) che con pochi e mirati suggerimenti, soffiatimi nell’orecchio, mi faceva ricredere su un genere di spettacolo che avevo sempre tenuto ‘in gran dispitto’. L’attore che rappresentava la parte del pastore (protestante) Manders era a tal punto rivoltante nel suo immorale moralismo, che fui più volte sul punto di balzare sul palcoscenico e tirargli il collo.

Perché non lo feci? Perché, all’attenzione  pur viva che dedicavo alla vicenda preferivo di gran lunga quei sussurri della mia Miranda, li propiziavo persino, al fine di meglio aspirare l’aroma che svaporava dalla sua persona; un aroma che all’essenza dolce e avvinghiante del primo olfatto aggiungeva un retrodore che malcelava quello tipico della selvaggina.

Forse è proprio a questa sensazione, che pure io mi sforavo di ricacciare nell’indistinto da cui proveniva, che andrebbe addebitata l’allucinazione dell’udito della quale fui vittima nel finale. Quando, cioè, Osvald, ormai preda inerme della sua follia, chiede alla madre: “dammi il sole”, a me parve di udire: ”Mamma, dammi un uovo!”.

   

Fine della terza puntata

 

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(13 febbraio 2012)


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