Martedì, 22 Ottobre 2019  
                                                   

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I CORSIVI DI ELDORADO
Parole nel wuoter
Atto secondo

Ci siete ancora, critici del teatro sfigato, sfigurato e nullafacente? Artigiani dello spettacolo mammoni postofissati? Artisti-belle arti beoni peracottari a-montiani, teatroculturisti d’assalto on line? Il testo critico sta a pagina 142 e seguenti del sullodato libro della Adelphi. Ve lo riassumo rapidamente e liberamente, a mo’ d’esempio corsivo e corsaro. Loos, si sa, come altri audaci del suo (e di ogni) tempo, è stato sempre afflitto dalla mancanza cronica di pecunia (e di committenti). In ogni caso (e per ogni casa) preferiva pagamenti in contanti, fresco cantanti. Possibilmente al nero, nerissimo. “La tracciabilità è delitto”, lasciò scritto segretamente. Così come, altro segreto appunto, recentemente e decentemente ritrovato: “Il capitalismo è un pesce marcio al chiaro di luna: luccica, ma puzza sui Monti!” (da “Loos ridotto a L’ooss” Inediti e rari taroccati, a cura di Eldorado (in preparazione, edizioni Chilosa, Naples).
Nato nel 1870, studente al politecnico di Dresda, tra il 1893 e il 1895, cioè a 23 – 25 anni, Adolf Loos si recò in America per un periodo di tras-formazione e “civilizzazione”. Si barcamenò con vari mestieri di sopravvivenza. Girò molto gli USA con contratti e contatti molto atipici, fle e fessibili. Architettura zero, niente articolo 18. Ma solo articoli di giornali, all’occasione, al vostro buon cuore d’editore. Fu così che, spinto dai morsi della fame, un giorno il giovane Loos si propose a un quotidiano di lingua tedesca di New York.
Si presentò al caporedattore del “New Yorker Bannerrager”. Questi gli chiese: “Che cosa sa fare?” “Sono un critico …”. Il caporedattore lo interruppe subito, prima che finisse la frase. “Bene, capiti a fagiolo, a kartoffeln, paisanen! Proprio ieri il nostro kritico musicale se n’è andato. Ci ha lasciato per un altro giornale. Odia il posto fisso, è un critico modello Fornerò. Vai stasera al Metropolitan. Danno la Carmen di Bizet. Abbiamo bucato la prima, recuperiamo almeno con la seconda. Fai una bella recensione, entro l’una di stanotte al massimo portala qui per la stampa. Passa ora dal cassiere per i soldi del biglietto d’ingresso al teatro … il pagamento, alla consegna del pezzo. Tutto O.K., ja?”
O.K? Ma quale ja? Il povero Loos non distingueva una chiave di violino da una chiave Yale! Provò un certo imbarazzo, ma non si perse d’animo. La fame era più forte. (E poi forse aveva gia in animo di rifilare qualche tiro mancino agli americani). E allora che fece? Lesse bene la recensione della Carmen che aveva già scritto un critico musicale professionale, quello del giornale concorrente al “New Yorker Bannerrager”, il “Morgenposaune”.
La lesse e la rilesse, con tutti quei paroloni di dovere accademico. La studiò nei punti deboli, la voltò e la rigirò a sé. A suo uso e consumo. Capì che l’importante era spararla grossa. Colpo grosso. Dare cioè l’impressione di essere competenti dell’ornamento culturale. Indispensabile era gonfiare i termini tecnici, anche un po’ avvocatizi e legulei: i latinorum musicali fanno sempre colpo. (E fanno anche la colpa di non sapere, per chi legge il pezzo critico paludato).
Dopo lo spettacolo, con velocità febbrile e fabbrile nei piedi, con tutta la Carmen in corpo, fame compresa, Loos prese la metropolitana e si recò in redazione a scrivere. Più o meno così: “Nella misura in cui il Mi bemolle maggiore di Carmen spazia aureo sul Do subacuto di don Josè, si instaura un contrappunto dinamico lirico; ossia un crescendo di energie che, andante con molto moto, non dimenticando il sibermolle (di cui sopra), sfocia poi nell’acuto finale della Carmen che grida il fa del suo ammore disperato per don José: Peppì, te voglio bene assaje!!”.
Lo lesse e lo rilesse ancora, il suo pezzo critico. Era sufficientemente oscuro, gli parve giusto d’ornamenti. Cioè pieno di parole vuote, lanciate nel vuoto critico musicale. Passò per il cassiere, poi in trattoria e se ne andò a letto tutto contento.
Il giorno dopo fu svegliato da una telefonata: un successo clamoroso, quell’intermezzo. E’ vero che non si capiva una mazza (né nu pivuzu, nda); che quelle erano tutte parole e paroloni azzeccate tra loro alla meglio, anzi alla men din dini peggio; ma tutti avevano preso quella recensione del critico musicale tedesco Loos per un prodigio satirico. Qual in effetti (involontariamente?) era. Per la presa in giro di un modo di far critica con parole vuote. Anzi: parole nel wuoter. L’ornamento è delitto. Ma può essere anche diletto e sberleffo, per i giornali di lingua inglese d’America del 1895!
Infatti così titolava, a caratteri cubitali, uno di questi: “Smacco clamoroso! Ne è vittima il musicastro della “Morgenposaune”! Un’iniziativa del “New Yorker Bannerrager”. Seguiva il testo: “Nella sua odierna cronaca dell’opera Carmen, l’abile collega Adolf Loos ha copiato in modo perfetto i modi grossolani di quel tipo di critico. Con la satira lo ha messo alla berlina, abbandonandolo allo scherno generale che meritava da tempo. Ma nessuno aveva affondato così bene il coltello nel corpo flaccido di quel gaglioffo che …”.
A seguito di questo articolo la “New Yorker Music Critic Association” nominò sul campo Adolf Loos suo membro onorario! W il pezzotto, W Loos!!!
Folle e affamato Adolf! Giocoso e severo tra Monti, montaggi e ri-montaggi musicali. Nonché tra colpi di scena, colpi di teatro e colpi di cinema. Senza escludere colpi di mano e architetture di colpa. Fucilata sul posto (fisso, s’intende). Comunque oggi e sempre stratagemmi letterari. Finzioni, spostamenti e spaesa-menti nella modernità. O nell’antichità, a secondo delle opportunità. Ta- tà.
Crudeli irruzioni, marketing e colpi grossi. Anzi: corpi grossi. Come quello (suo, di Loos) innalzato solennemente, rabelaisiano, nel 1922, a Chicago: il fuoriscala contundente della colonna dorica greca patafisica (non realizzata, irrealizzable) del “Chicago Tribune”. O –viceversa, molti anni dopo, nel 1960 – quello di far scendere dal Nord Anitona Fuoriscala Ekberg fin dentro la Roma barocca vaginale di Fellini. Nella gelata acqua della fontana di Trevi: “MarcelLoos, MarcelLoos, che freddo, che neve che fa, … chiama Alemanno!!!”
Saluti, alla prossima, Eldorado


(16 febbraio 2012)

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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