Mercoledì, 21 Agosto 2019  
                                                   

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OCCHIO CRITICO
di Beppe De Fusco
La Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniel Harding per l´Associazione Scarlatti

Aspettative deluse al Teatro San Carlo

Napoli, Teatro San Carlo - E´ stato certamente insieme merito e fatica dell´Associazione Alessandro Scarlatti inaugurare (subito dopo però un felicissimo festival da camera dedicato a Debussy in quattro appuntamenti a palazzo Zevallos Stigliano, a via Toledo, nelle scorse domeniche) la propria stagione 2012/2013 con un´orchestra e un direttore tra i più noti del panorama musicale d´oggi, nella bella sede del Massimo cittadino lo scorso 17 ottobre.

Le premesse, di alto profilo, includevano quindi la Mahler Chamber Orchestra, compagine di valorosi giovani spesso associata al proficuo lavoro di Claudio Abbado in noti festival musicali; il trentottenne Daniel Harding, nelle prime fila dei "coach" d´orchestra per fama e favori della critica, oggi direttore onorario del complesso di cui sopra; il violoncellista inglese Steven Isserlis, anch´egli tra i più quotati virtuosi del suo strumento.
Il programma, non generoso per quantità o proposte musicali di non consueto ascolto, era tutto centrato sulla musica del boemo Dvoràk, di cui erano offerti il celebre concerto per violoncello e orchestra, e la celebratissima Sinfonia no. 9 (Dal Nuovo Mondo): vale a dire due tra i grandi capolavori del secondo ottocento musicale europeo.
E proprio in relazione alle attese, di cui pure erano testimonianza i magnifici curricula nei programmi di sala degli artisti coinvolti, che ci sentiamo nell´obbligo di raccontarvi la serata, così come ci è apparsa.
E cominciamo dall´orchestra, con un dato meramente quantitativo. D´abitudine calcoliamo (nel repertorio propriamente "sinfonico") la massa degli archi a partire dai bassi (per un dato fisico, le armoniche superiori non possono originarsi che dal grave; e nessuna fila di violini, pur se nutrita, avrà "corpo" se non sostenuta da un adeguato numero di strumenti più gravi): ebbene, i contrabbassi (vera base dell´orchestra) erano nell´esiguo numero di tre; solo cinque i violoncelli, quindi sei (buone) viole, otto violini secondi e dieci violini primi. La Mahler chamber orchestra nasce come insieme di bravi solisti che si riuniscono insieme per fare orchestra...ma non sempre i solisti sono gli stessi e, soprattutto, senza un lavoro di preparazione adeguato (per una specifica produzione) nessun ensemble, per quanto titolato, diventa un´orchestra. Dieci violini primi possono essere più che abbastanza, a patto che suonino insieme come uno solo (e non tirando l´arco con velocità, attacco e articolazione musicale singolarmente differente, come accadeva l´altra sera). E ricordiamo a tale proposito la storia (vera) di Arturo Toscanini, il quale aveva idee ben chiare sull´orchestra, e che, invitato finalmente a sessant´anni suonati dalla mitica Filarmonica di Vienna, arrivato alla prima prova ne disse di tutti i colori; e quindi, alla cortese indicazione di non denigrare poi chi l´aveva lì chiamato, disse più o meno: " Non è mia intenzione offendere nessuno, perché lor signori sono tutti eccellenti musicisti, però come orchestra fate schifo (sic) perché non sapete suonare insieme".
La Mahler chamber orchestra si è quindi l´altra sera palesata quale compagine poco equilibrata e poco omogenea (il cui biglietto da visita non corrispondeva alla presentazione) non solo negli archi, ma soprattutto nei legni, di cattivo impasto e con la tendenza (di brutta derivazione "solistica") a suonare spesso e sempre forte. Fatta salva la sempre magnifica italiana Chiara Tonelli al primo flauto, e la buona sezione dei tromboni e tuba, osserviamo che più di qualche strumentista (i due corni principali, il secondo flauto o il primo oboe) non ci è sembrato proprio all´altezza del ruolo che ricopriva.
"Non esistono cattive orchestre, solo cattivi direttori", è un´altra affermazione di Arturo Toscanini che, nel suo paradosso, contiene però una verità gigantesca. Daniel Harding ha quindi agito, l´altra sera, da cattivo direttore? Una parte della verità sta certamente nella (a giudicare dal risultato) frettolosa, se non inesistente preparazione di un concerto con pezzi di repertorio noti e che l´orchestra ha già (con formazioni però i cui strumentisti non sono magari gli stessi) suonato più volte (come è il caso della sinfonia dal Nuovo Mondo), anche con lo stesso Harding.
Prendiamo però il concerto di Dvoràk eseguito l´altra sera. Il violoncellista Steven Isserlis, ispirato dalla sua esperienza in particolar modo cameristica, ne ha tratteggiato (pur con magnifica intonazione) una versione in qualche modo in sedicesimo, in miniatura, e decisamente non solistica: in cui la sonorità complessiva, e le ridotte dinamiche, risultando spesso velleitarie e non compiutamente percepibili all´ascolto generavano, a tratti, (lo confessiamo), momenti di reale noia. Ebbene, forse che il direttore ha assecondato, sostenendolo e ammiccando con musicalità, il taglio interpretativo del solista? Harding ha tratteggiato una buona introduzione orchestrale del concerto, resa con pathos e bella tensione timbrica, che lasciavano ben sperare. Poi, francamente, il resto è stato deludente: non solo troppo spesso il colore orchestrale era spesso invadente e tale da coprire senza pietà la sonorità del solista, ma quel ch´è peggio è che orchestra e direttore, per quanto comunque incollati al violoncellista, davano vita ad un "accompagnamento" anodino e del tutto svincolato dalle proposte musicali dell´Isserlis; col risultato, alquanto raccapricciante, di udire, in modo totalmente artificiale, la parte solistica e, a latere, la scrittura orchestrale di Dvorak che l´accompagna in una sorta di metafisica disintegrazione.
Anche la sinfonia di Dvorak che chiudeva la serata ci ha lasciato più di una perplessità. Se la manifestazione d´arte musicale non è tale, se non si nutre del controllo e della tensione del momento, da iscriversi nella visione della traiettoria musicale da percorrersi, accade nel nostro caso che un direttore, non trovando un autentico contatto con l´orchestra, manchi il bersaglio.
E francamente anche la gestualità di Daniel Harding, sovente individuabile in un una sorta di narcisismo cristallizzato in sé stesso, che non ode ciò che realmente accade in orchestra, ci ha pure messo del suo. Per tacere delle, chiamiamole così, scelte interpretative: un fraseggio sempre ansioso del particolare, il quale spesso però non si iscrive in una visione a lungo raggio, ma si dibatte convulsamente, può forse funzionare con la musica barocca, ma non giova alla visione formale di Dvoràk. Di più, un assai approssimativo controllo della dinamica che mortifica la linea della frase, che sembra a tratti sprofondare sottoterra con effetti da fiume carsico; e aggiungiamo l´imbarazzante assenza di memoria, da parte di Harding, del "tempo base" (che, pur soggetto ad imperscrutabili modificazioni lungo il corso dell´opera, si ripresenta quale pilastro centrale nel suo immutabile tactus ad ogni ripresa del tema). Simile indeterminatezza, diciamo così, metrica (di cui ultimo esempio era nella ripresa del "Tempo I" poco prima della coda dell´ultimo movimento) non ci sembra proprio abbia aiutato la percezione del lavoro del compositore.
Buon successo comunque, (ma il pubblico del San Carlo, di bocca buona, aveva con ovazioni risposto perfino all´esecuzione della medesima sinfonia coi complessi del Massimo diretta dal - fortunatamente ex - direttore principale Maurizio Benini, che rammentiamo quale raro saggio d´orrore) a riprova che le belle fanfare di ottoni di Dvoràk non lasciano mai freddi gli intervenuti. Però un concerto da dimenticare ovvero, se non fosse che dovevamo spendere qualche parola per illustrarvelo, già passato nel novero di quelli senza memoria.

 

 

(23 ottobre 2012)


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