Venerdì, 13 Dicembre 2019  
                                                   

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I CORSIVI DI ELDORADO

Amate Giesucristo, bestemmiatelo con devozione!
atto secondo

Atto II - Cambiamo palcoscenico. Scendiamo al Sud, conservando la stessa tematica. Da Milano a Napoli/teatro totale, anni fa, fine millennio. Nel 1995, credo. Ero ai Ponti Rossi, in una palazzina anni cinquanta. Ero andato a intervistare un vecchio ceramista, un maestro dei fiorellini della porcellana di Capodimonte ‘900. Quelle cose di cattivo gusto che a me piacciono tanto. Quel territorio sporco, talora malsano, da indagare. Quello che sta tra arti applicate, arti decorative, artigianato, arti&mestieri, arti&marchette, artidesign&desogn et similia bella e bestia par-architettonica sfigata (all’animaccia del viceministro di Monti!, nda).

Il maestro-ceramista in questione si chiamava Pasquale Savastano. Era stato molto gentile con me. Lentamente, con fatica - aveva allora 93 anni: piccolo di statura, un fisico asciutto (con pannolone sotto), un volto scavato come sulo a Napule se fa -, mi aveva raccontato tante sue cose. Ottimo teatro d’autore, il suo: pause giuste, voce giusta, gesti d’accompagnamento giusti: tutto O.K. e con – vincente.

Un “indietro tutta” il suo racconto. A partire e patire dagli anni verdi e venti. Dal primo fascismo (il fratello era stato un focoso mazziere). Mi disse, a giustifica: “… gli avevano messo ‘ncuollo la camicia nera: delle volte venivano i suoi amici camerati a so’ piglià … e sparivano per qualche spedizione, mi capite? Ma io capivo e cuntinuavo a faticà, in silenzio ….”

Anzi aveva iniziato a dirmi da prima del fascio: dal 1903, da quando era nato alla Marinella, dove allora facevano le ceramiche napoletane, le famose “riggiole” (piastrelle, ndt) …; e poi era saltato al 1914, quando era arrivato da Parigi quello che poi sarà il suo maestro di modellazione.

Si chiamava Achille Capaldo ed era abilissimo nel far fascinosi “fiori di Francia” in ceramica. Fu lui che dalla torre Eiffel fece attecchire quei fiorellini parigini nel golfo di Napoli porcellonato. Così come Eduardo Scarpetta in quello stesso periodo era bravissimo a reimpiantare le pochade francesi a Napoli.

Erano tanto vivi e belli quei fiori di porcellana che si potevano “addurà”, mi disse Savastano. Fu lui, Achille Capaldo, che creò tutta la modellistica del “Capodimonte aggiornato”; che la rifondò nella modernità compatibile delle arti graziosissime e puttanelle inizio secolo. Cioè arte sociale quotidiana utile e laboriosa. (Gli dovrebbero innalzare una statua d’oro, o di porcellana, al Capaldo. Ha fatto la fortuna di generazioni di lavoratori dell’arte pratica del Capodimonte… e non sta in nessuna Storia delle arti!)  

Era tanto bravo che, quando ci fu la mobilitazione generale, dopo il 24 maggio 1915, a Capaldo i Chiurazzi-ceramica, che se lo erano assicurato nella loro fabbrica, sistemata in una parte dell’Albergo dei Poveri, (un luogo misterioso e fabbrile, piranesiano, ora ribattezzato dai media “Palazzo Fuga”, nda), gli misero una fascia sul braccio e lo fecero “capo – fabbrica”.

E così, per utilità all´arte di sopravvivenza a Napoli, non andò al fronte, il maestro Achille Capaldo, sempresialodato.

Il vecchio ceramista Pasquale Savastano era una miniera di informazioni “minori”, introvabili. E io allora ero ancora una volenterosa spugna assorbente. Con un registratore nel cervello, con solo qualche appunto sul foglio. L’intervista fu lunga e rimase inedita. Non ricordo perché, capita. Forse perché la dovevo ricordare oggi, per Voi. Tutto si tiene, tutto è fatto a fin di bene. Vogliamoci sempre bene, teatocult! 

Alla fine, nel congedarmi, Savastano mi disse: “Ho lavorato tutta la vita per fare questa casa e dare un avvenire di fabbrica ai miei figli. Ci sono riuscito, sono tutti sistemati! Ho faticato molto, … ora sono stanco. Sto in piedi a malapena, ho il liquido nel ginocchio, ho novantatré anni … mi devono pulire e, vi dico ‘a verità, vorrei solo morire”.

Fece una pausa, poi continuò così, Pasquale Savastano, assoluto vero attore. Ecco, qui il punto del “volto del figlio di Dio”, siamo arrivati al dunque: “Delle volte (volto?, ndr) alzo la testa al cielo verso il Padreterno e gli dico: "Sfaccimmo ‘e Ddio, scusa se se ti chiammo accussì, ma nun me vidi? Che nce campo a ffà? Pecchè nun me faje murì?!"

Rimasi senza parole, non avevo mai sentito una preghiera così intensa, così vera. Preghiera in forma di bestemmia. Meglio di Romeo Castellucci a Parigi. Lo abbracciai, gli dissi: “Coraggio maestro …. dovete campare ancora, … se no a mme queste cose del Capodimonte chi me le diceva?”

Lui sorrise, capì che ero un attore anch’io, che gli facevo da spalla, e rispose: “Vi ho raccontato tutta la mia vita, anche cose delicate, … ma Voi siete un galantuomo e sapete cosa e come scriverle: quella è "arta vosta"! (l’arte sottolineata al femminile è cosa straordinaria, è arta d’à Madonna, ndt).

Per la verità io non so se sono un galantuomo, anzi ne dubito assai, viste le frequentazioni web. Tutta via, molto via via, penso di non tradire del tutto la memoria del maestro ceramista Pasquale Savastano di Capodimonte, sempre sia lodato anche lui!, se l’ho ricordato così. In questo modo, in questa occasione teatrale. Da Milano a Napoli, via bellezza di Cristo, bestemmia inclusa. Amen.

 

Atto di dolore & d’espi-azione - Ma … ma … ma non tutti i preti son stupidi e formali cani-Vati. Mi è capitato, tempo fa, di ascoltare un’omelia di un anziano domenicano. Aveva l’accento pugliese-napoletano, molto simpatico e cordiale: un uomo colto, intelligente, senza retorica. Da buon attore (la vita è teatro, si sa), raccontò che un giorno, negli anni settanta, lui ancor piuttosto giovane, s’era recato al famoso Santuario napoletano della Madonna dell’Arco. Quello della tradizione dei “fujenti”, rito super collaudato e, in quel periodo, molto studiato dagli antropologi, sociologi, teatropopolare, architetti sfig-abili, … e da intellettuali “curiosi” (da Mario Perniola, ad esempio).

Il religioso vide che c’era una donna inginocchiata, rivolta verso l’altare. Era una donna del popolo, sola e visibilmente alterata. Intorno c’era silenzio. Parlava a voce alta e si rivolgeva alla Madonna in termini e modi sorprendenti. Assolutamente liberi e irriguardosi, scandalosi. Blasfemia totale e formale da manuale.

Le diceva: “Madonna ‘e ll’arco, se tu nun me faje a grazia, io te scasso un’altra volta ‘a faccia … io te scommo ‘e sanghe, … io te sputo ‘nfaccia, … io te ….“. Diceva e ridiceva quelle minacce ritmica-mente, come una preghiera, con tutta la disperazione e la forza che aveva in corpo, ‘ncuorpo. Quel corpo suo grande e grozzo (non è un errore di battitura, nda) … corpi di bruttezza, bellezza non raffinata, abacuc non formalizzati. Corpi rustici e cafoni, ruspanti.

Il padre domenicano (“Padre domenicano, …”: ve lo ricordate il maresciallo De Sica che rincorre Totò nel film …), si fece perciò tanti segni della croce. Pensò che la donna fosse andata fuori di testa, una indiavolata … infine uscì turbato dalla chiesa. Che tempi!

Poi ci pensò su e, dopo tanti anni, ci confessò, in quella omelia domenicale, su quel palcoscenico barocco napoletano, nel suo centrillo storico: “Se quella donna si rivolgeva in quel modo alla Madonna, significava che la sentiva molto vicina; che la Madonna per lei non era una entità astratta, ma una compagna di viaggio concreta; che esisteva veramente, la Madonna: era come una sorella, una madre che tutto può … una Salve Regina che … e che le vie del Signore sono infinite, volto del figlio compreso. E incomprensibile.

 ‘A Madonna corsiva e cor-sarà,v’accumpagna!



(4 febbraio 2012)

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