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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco

Antigone - Paladina dell’eutanasia

Chi è Antigone? Colei che oppone le ragioni dell’Umanità (la dignità e la pietà, soprattutto) a quelle della Legge. Intesa, quest’ultima, come un sistema normativo rigido e freddo, eppure necessario, per quanto distante possa essere dalle variabili e dalle sfumature che contraddistinguono ogni evento umano. E dato che i classici, come diceva Calvino, “sono quei testi che non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire” ecco che questo contrasto archetipico, che trova nella tragedia di Sofocle la sua sintesi universale, è stato ripreso e riproposto molteplici volte da autori di tutti i luoghi e di tutte le epoche. Specie dove, e quando, questo conflitto tra “umanità” e potere (che ha facoltà di promulgare leggi che vadano non solo a vantaggio della comunità, ma che siano anche funzionali a perpetuare sé stesso) si faceva più acuto.

Dunque, le ragioni. Antigone si ribella alla decisione di Creonte, re di Tebe,  di non dar sepoltura a suo fratello Polinice, morto nello scontro con l´altro fratello Eteocle, a sua volta ucciso nella stessa battaglia che li vedeva contrapposti per la conquista della stessa città di Tebe. Visto che a Eteocle è accordato il diritto di sepoltura, con tutti gli onori, l’impedimento per Polinice è in tutta evidenza, una vendetta e un’esemplare manifestazione di volontà da parte di Creonte, che intende in questo modo (punendo inflessibilmente il tentativo di invasione di Polinice) rafforzare la sua autorità e il suo potere.

La trascrizione del testo, operata da Valeria Parrella e messa in scena da Luca De Fusco al Teatro Mercadante di Napoli, mette in parallelo questa azione arrogante (ma per certi versi conseguente) di gestione e autoaffermazione del potere con la pratica contemporanea “etico-medica” del mantenimento artificiale in vita di pazienti in particolari condizioni cliniche. E’ evidente che entrano in gioco parametri di valutazioni diversi, là dove un’azione feroce e vendicativa, alla quale Antigone si ribella fino a sacrificare la propria stessa vita, è in realtà, oggi, una delicata questione etica (con profonde implicazioni religiose) resa possibile, soprattutto, dal progresso ( forse “muscolare”) che la scienza ha compiuto in questo settore.

Ma si sa, “i classici non finiscono mai di dire…” e allora va bene pure che Antigone diventi paladina dell’eutanasia, sostituendo il simbolico gesto di gettare sabbia sul corpo del fratello morto, con quello di staccare le macchine che lo tengono artificialmente in vita.

D’altra parte, Creonte si trasforma in un semplice e asettico “Legislatore” (così viene individuato nel testo in scena) e dunque in una sorta di figura astratta nella quale il “dovere” soffoca e sopravanza ogni impulso di umanità e di sentimento. Ma altre questioni vengono messe in campo, come la fine della collettività (il coro ridotto al lumicino) a favore di uno sfrenato individualismo, o ancora, il sovraffollamento e le inumane condizioni di sopravvivenza nelle carceri (ed esiste, in effetti, un’associazione che tutele i diritti dei carcerati che si chiama proprio Antigone).

Ancora una volta il teatro ci osserva, guarda le nostre vite. E anche il mito si adegua, si trasforma, è forte e regge anche qualche forzatura, ci conduce su un percorso doloroso, quasi una Via Crucis, che porterà la stessa Antigone all’ineluttabile sacrificio finale.

Il teatro ci guarda, con i volti ingigantiti degli attori (Gaia Aprea e Paolo Serra nei ruoli, rispettivamente, di Antigone e del Legislatore che guidano un cast, nel suo complesso, di elevato livello) proiettati in bianco e nero su uno schermo trasparente che avvolge la scena. Volti “nudi” lanciati in primo piano, nella bella intuizione di De Fusco, che mettono lo spettatore a confronto diretto con le emozioni degli attori.

L’evidenza è palese. Impossibile sfuggire o fingere di non vedere. Come se le ragioni dei due protagonisti, speculari e legittime pur nella loro inconciliabilità, si potessero toccare con mano, diventassero palpabili. Così come il tessuto musicale (di Ran Bagno) che pervade la scena, sempre presente, ma mai invadente.

Il tutto a formare un insieme in grado di alleviare anche certi eccessi di didascalismo presenti nel testo.

 

27 novembre 2012


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