Venerdì, 18 Ottobre 2019  
                                                   

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Gli inediti
Il Romanzo a puntate
MIRANDA
(OVVERO DELL´ALTRO DA NOI)
di Manlio Santanelli
quarta puntata

Forse è proprio a quella sensazione, che pure io mi sforavo di ricacciare nell’indistinto da cui proveniva, che andrebbe addebitata l’allucinazione dell’udito della quale fui vittima nel finale di “Spettri”, mentre sedevo lì in teatro, accanto a Miranda. Quando, cioè, Osvald, ormai preda inerme della sua follia, chiede alla madre: “dammi il sole”, a me parve di udire: ”Mamma, dammi un uovo!”.

“Quante facce nuove, stamattina!” mi venne fatto di pensare l’indomani, varcando la soglia dell’ufficio. In realtà, quelli che ‘dribblavo’ nel tragitto dall’ingresso fino alla mia stanza, e con i quali barattavo saluti a mezza voce, chevin gum di bon mattino, altri non erano che i colleghi di sempre, uomini e donne già saldamente cernierati al loro posto di lavoro il giorno in cui avevo preso servizio io. Automi dell’amministrazione, robot del daffare, stabili precomatosi della pratica da evadere, zombi della coazione a ripetere: defunti ai quali non era stata recapitata la ferale notizia della loro dipartita.
Appariva, di tanto in tanto, qualche faccia mai vista fino ad allora, ma presto assumeva il colorito e l’anonimato degli arredi fra i quali si muoveva. Gente che, tra quelle pareti di un colore che sembrava votato a smentire la teoria goethiana della luce, aveva gioito e penato alla pari di me, e nel frattempo era invecchiata non molto diversamente da me.  Il velo della consuetudine (ne parla Novalis? Bah!), a lungo ma non troppo andare, si era traslato in un sudario che a stento ne lasciava percepire i profili. No, ai miei occhi nessuna di quelle facce era nuova per davvero, tutte vecchie conoscenze, persino nei gesti, nell’incedere, negli abiti. Alcuni di loro si piacevano, si fidanzavano e si sposavano; col risultato che l’azienda si trovava a disporre di un solo dipendente al posto di due, e la ragione era semplice: i due coniugi, vivendo quasi tutto il giorno gomito a gomito in quel luogo accuratamente evitato da ogni destinazione, finivano fatalmente per diventare un impiegato siamese, un’anima sola, un’anima morta. L’acquisto dei due - Gogol non se ne abbia a male – sarebbe stato un pessimo affare per Clesthakov.
Perché, allora, stentavo a riconoscere finanche le facce più familiari? Ma è evidente: perché la straordinaria confidenza di cui ero stato messo a parte due sere prima mi impediva di osservarle e decodificarle nella prospettiva consueta. Un tolemaico, messo senza mezze misure al corrente della rivoluzione copernicana, per quanti sforzi avesse potuto fare, non sarebbe mai stato lo stesso di prima. E io ero quel ex tolemaico! Di più, la destabilizzante sensazione di novità, quel tasso di sorpresa nel sangue, quello smarrimento da primo mattino del mondo, che travalicava di molto le singole persone a me dintorno, anche a sommarle assieme, per investire tutto intero l’ambiente esterno; quell’ambiente che con un termine un tantino abusato dalle Sacre Scritture siamo soliti appellare ‘Creato’ (anche perché senza di quello ci sembrerebbe campato in aria parlare di Creatore). “Può una confessione, per quanto oltre il margine di ogni conoscenza, per quanto estrema, per quanto rilasciata sulla soglia che separa il credibile da quello che credibile non è in nessuna maniera, provocare un tale cataclisma nei cinque sensi del suo destinatario?” si potrebbe obiettare. “O tutto ciò non è da interpretare come il frutto di una percettività morbosa, per natura incline ad esasperare il reale anche nel suo mimetismo che lo fa apparire irreale, una caratterialità specializzata nel portare al parossismo della mente e del cuore esperienze che in altri caratteri più equilibrati, o soltanto meno scompensati, si tradurrebbe tutt’a più in un momentaneo e ridotto stupore, finendo per alimentare un’aneddotica spicciola, da scompartimento ferroviario o da sala-attesa dentistica?
Si obietti, si obietti pure. Tanto la mia idea sugli eventuali obiettori me la sono fatta, e anche bella precisa: voi obiettori della domenica, autopti delle altrui vicissitudini, quotidiani rivendicatori della scoperta dell’America, appartenete a quella camarilla di umanoidi che non si sono mai sentiti sussurrare da una donna con la quale stanno per convolare a giuste copule: ”Sono ovipara, ti avverto”.
Facce nuove o meno, maschere del noto o dell’ignoto, quel consueto giorno di ufficio io lo vissi come una clandestina distilleria di minuti, da imbottigliare in una serie di ore dal collo troppo stretto per accoglierli a getto spedito. Di pratiche urgenti neanche l’ombra. Lo confermava l’orologio appeso alla parete di fronte, un ingranaggio dal ticchettare spedito, ma quella volta allo scadere di ogni secondo perplesso se passare al prossimo o sostare in cronometrica meditazione. E questo al punto che, a metà della mattinata, in attesa dell’orario di fine turno, mi disposi comodamente nella sedia girevole (quando voleva lei),i piedi sulla scrivania in omaggio ad una pratica ‘made in U.S.A.’, nell’assetto propizio a quella che va sotto il nome di riflessione.              

 

Fine della quarta puntata


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(20 febbraio 2012)


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